Cime Tempestose, quando la grande storia diventa brand

Cime Tempestose non è una storia d’amore: non lo era ai tempi di Emily Bronte, sorella di Anne e Charlotte, celebri inquiline della invalicabile brughiera dello Yorkshire e non lo è oggi, anche se Emerald Fennell ha deciso di spingere l’acceleratore sul rapporto tra i famigerati Catherine e Heathcliff. È sicuramente un capolavoro della letteratura mondiale ma, a dirla tutta, ora come ora Cime Tempestose è innanzitutto un brand. O meglio, incarna un brand per i brand. Ma facciamo un passo indietro.
Ricorderete - che ci abbiate giocato da piccoli oppure no - il clamore che ha fatto seguito all’uscita del film, firmato Greta Gerwig questa volta, dedicato a Barbie, la bambola più famosa al mondo. Non è un caso che, in entrambi i casi, i volti delle protagoniste siano stati associati a Margot Robbie che, oltre a essere una straordinaria interprete, ha anche dato il via a due dei tour promozionali più seguiti della recentissima storia del cinema.
Ma è proprio questo che accomuna i due titoli della Hollywood contemporanea: Cime Tempestose e Barbie sono dei brand. E se vi state chiedendo in che modo un film o un classico della letteratura si trasformano in un brand, non dovete far altro che prestare attenzione ai dettagli e, ovviamente, proseguire con la lettura.
Da storia a icona
Critici cinematografici e appassionati dei classici inglesi hanno focalizzato l’attenzione sulla scelta di Fennell di soffermarsi sulla passione torbida dei protagonisti, per ingaggiare i meno avvezzi allo struggimento delle autrici britanniche ottocentesche, certo, ma anche per rendere una storia che, nella sua versione originale, ha intenzioni più politiche che da rom-com. Scenari, dialoghi, sguardi, dolore, lutto, furore, lotta di classe, razzismo, si trasformano in gote arrossate firmate Chanel con un blush che, inutile dirlo, è diventato virale quasi quanto il manifesto del film.
La stessa brughiera, da gabbia crudele e ghigliottina impietosa, è diventata il simbolo di un modo di percepire l’inquietudine, il fascino e le farfalle nello stomaco. Lo ha capito senza dubbio Airbnb, che non ha impiegato molto prima di invitare i suoi utenti a trasformare appartamenti e baite in veri e propri rifugi romantici. E Ikea che, diversamente da Airbnb, ha puntato tutto sull’ironia, diffondendo immagini di case arredate con complementi d’arredo perfetti per accogliere drammi e amori in pieno stile drama inglese.
Classic pop, il mercato dei sogni proibiti
Insomma, da mattone letterario a icona pop, per Cime Tempestose il passaggio è stato assai breve: i volti giusti - quello di Robbie e quello dell’ex tormentato protagonista di Euphoria, Jacob Elordi -, ambientazioni sognanti seppur anguste, un luogo iconico come la brughiera e, più di ogni altro elemento, il desiderio proibito di una storia intensa, impossibile, eppure viva di Cathy e Heathcliff.
Gli ingredienti sono pronti, la cabina di regia non deve far altro che dosarli con cura, anche eccedendo un po’ con le quantità, realizzare ambientazioni facili da ricreare - outfit, make-up, acconciature - e il brand è pronto.
Quando un’opera torna al centro della conversazione pubblica si apre uno spazio che i brand possono abitare con intelligenza. Per le aziende significa imparare a leggere i segnali della cultura pop prima che diventino saturi, riconoscendo quali storie stanno tornando a circolare nell’immaginario collettivo. Si tratta di tradurre quei codici narrativi in prodotti, ambientazioni e campagne capaci di dialogare con il pubblico. Il paradigma di Cime Tempestose mostra che anche un romanzo ottocentesco può diventare una lente attraverso cui parlare di desiderio, inquietudine e romanticismo contemporaneo. Per i brand questo significa osservare con attenzione i luoghi in cui nascono continuamente narrazioni condivise e, chi riesce a intercettarli, può trasformarli in linguaggi commerciali credibili. In un mondo sempre meno nuovo, a fare davvero la differenza è la storia culturale in cui ci si riesce a inserire. Ed è proprio lì, nell’incontro tra immaginario e consumo, che oggi si gioca gran parte della partita del branding.
Che si tratti della brughiera tormentata di Cime Tempestose o del mondo ipercolorato di Barbie, ciò che conta è la forza dell’immaginario.



