Una voce riconoscibile: Zerocalcare, Due spicci e i conti che restano aperti

Cambia il mezzo, cambia la pelle del racconto. Ma cosa significa restare riconoscibili?
Ancora una domanda: che differenza c’è tra narrare e narrarsi? Entrambi sono gesti che hanno a che fare con chi siamo e con il nostro modo di abitare il mondo. Ma narrarsi implica diventare il punto primo e ultimo del paragone con la realtà. Se questa definizione vi sembra fumosa non temete: a rendere tutto più chiaro ci pensa lui, Zerocalcare, uno dei narratori più autentici del nostro tempo. E più anomalo. Capiamo perché.
La ragione, in realtà, è presto detta: Michele Rech, in arte Zerocalcare, nasce come autore di fumetti, una nicchia, almeno al principio, uno spazio intimo in cui cui la parola si fonde con le immagini per definire identità, percorso umano, appartenenza a un luogo, denuncia sociale, riflessione e introspezione. Le sue storie appaiono come un debito con cui fare i conti, con domande sempre aperte, con dubbi mai del tutto risolti. Chi sono e qual è il mio posto nel mondo, sono, nelle sue storie, le due domande cosmiche più familiari di sempre.
Michele Rech, in soldoni, per mestiere si racconta. Lo fa da Rebibbia, periferia di Roma, armato di una matita e di una coscienza a forma di armadillo che gli rinfaccia ogni volta ciò che preferirebbe non sentirsi dire. Nel tempo della pandemia di Covid-19, Zero decide di mettere alla prova la sua arte e, dai fumetti, passa all'animazione. E dall'animazione home made approda su Netflix. E ogni volta che ha cambiato mezzo, è cambiata anche la pelle del suo racconto. Resta però una domanda, ed è la stessa che mi porto dietro da quando ho premuto play su Strappare lungo i Bordi, la sua prima serie tv: cambiando ogni volta linguaggio, un autore continua a essere sé stesso?
Perché di linguaggi, in poco più di un decennio, Zerocalcare ne ha attraversati parecchi: basti pensare ai suoi libri, alle collaborazioni con testate come l’Internazionale, alle mostre e ai firmacopie (quelli con i disegnetti, per intenderci). E con loro sono cambiati il pubblico, il ritmo, persino il modo di guardarsi dentro. Seguitemi, allora, in questo ricalcolo del percorso: dalla carta allo schermo, dal quartiere all'Italia, da sé al mondo e ritorno.
Chi è Zerocalcare e cosa sono i "due spicci"
Per chi non lo conoscesse, una bussola rapida sulla sua biografia. Zerocalcare è il fumettista italiano più amato della sua generazione: romano, classe 1983, cresciuto a Rebibbia, ha trasformato la propria autobiografia in racconto collettivo. I suoi libri - da La profezia dell'armadillo a Kobane Calling - mescolano ironia feroce e malinconia, citazioni nerd e impegno politico, con quella coscienza-armadillo che fa da contraltare cinico a ogni slancio. Con Kobane Calling è arrivato fino al confine curdo, a raccontare la resistenza contro l'Isis: la prova che il suo sguardo politico non si è mai fermato al raccordo anulare. Nel 2020, in piena pandemia, arriva Rebibbia Quarantine: corti animati nati dal lockdown, il primo passo dalla pagina allo schermo. Poi le serie Netflix, Strappare lungo i bordi nel 2021 e Questo mondo non mi renderà cattivo nel 2023. E la nicchia diventa mainstream.
Lo scorso 27 maggio ha fatto il suo debutto Due Spicci, terzo capitolo animato, scritto e diretto da lui. Zero e l'amico Cinghiale gestiscono un piccolo locale, schiacciati da difficoltà economiche e personali; quando Cinghiale finisce nei guai con la malavita, il gruppo di amici si stringe per tirarlo fuori, pur tenendo a malapena in piedi le proprie vite. Il titolo gioca su un doppio fondo: i due spicci sono i pochi soldi in tasca, ma sono anche "i buffi", i debiti in senso ampio - relazioni lasciate a metà, conti interiori, questioni che prima o poi tornano a bussare. Zerocalcare l'ha definita la sua serie più crepuscolare e più matura, e l'ha raccontata con l'immagine del navigatore che ricalcola il percorso davanti a una strada chiusa. Smarrimento, tempo che passa, debiti che non si saldano. Tutto torna. Cerchiamo qualcuno che ci parli senza consolarci, che non finga il lieto fine. Quel patto, Zerocalcare, non lo tradisce mai.
Rebibbia come l'Italia, l'Italia come se stesso
Ed è qui che Zerocalcare mostra la sua natura doppia, quella che lo rende un autore. Da un lato lo sguardo politico: la lente puntata sulla realtà che lo circonda, dal quartiere all'Italia intera. Rebibbia, nelle sue storie, è un osservatorio. Come accadeva alle borgate di Pasolini, la periferia diventa la chiave per leggere il Paese: la precarietà, la classe, le promesse fatte a una generazione e mai mantenute.
Due spicci, in questo, è il suo affondo più diretto sui Millennial: a noi è stato chiesto tutto, studia, laureati, fai gli stage, accontentati, e in cambio è tornato indietro poco o niente. Il posto fisso, la casa, la sicurezza economica che si fa anche sicurezza mentale: due spicci, appunto. Non è un caso che la malavita, il debito, il locale che non sta in piedi siano il motore della trama. Sono la cronaca, travestita da commedia nera.
Dall'altro lato, però, c'è lo sguardo introspettivo, il narrarsi: ed è quello che fa la differenza. Zerocalcare racconta sé stesso e chi gli sta accanto - gli amici di sempre, le sue paure, i suoi sensi di colpa, la fatica di diventare adulti quando l'età adulta sembra un costume che non ti hanno insegnato a indossare - con un'onestà che a volte fa male. L'armadillo è esattamente questo: la voce interiore che non lascia scampo, che smaschera ogni alibi. E così la denuncia sociale e la confessione personale finiscono per coincidere. Il debito economico di una generazione e il debito emotivo di un uomo che invecchia diventano la stessa cosa. Politico e intimo, quartiere e specchio: per Zerocalcare non sono due piani separati, ma lo stesso identico gesto. Guardare fuori, per lui, è sempre stato un modo per guardarsi dentro. In Due spicci questo si vede più che mai: i figli che arrivano, le relazioni che si logorano, gli amici che restano l'unica famiglia possibile. È la prima volta che lo sentiamo parlare così apertamente di un tempo che finisce, di una giovinezza che presenta il conto. E lo fa senza una sola nota retorica.
Cambiare mezzo senza perdere la propria voce
E arriviamo alla domanda da cui siamo partiti, quella che mi riguarda non solo da spettatrice. Perché tra una matita su carta e una serie su Netflix non cambia soltanto il formato: cambia la grammatica. Il fumetto ti concede il tempo della pagina, quel suo celebre stare curvo sul divano insistendo su un dettaglio che non abbandonerà mai lo spazio sicuro tra la carta e la matita. L'animazione impone evidentemente altro: un ritmo diverso, la fatica del doppiaggio che, nel suo caso, incontra anche la sfida della traduzione: dall’inflessione dialettale tipica del romanesco ad un linguaggio universale, alla musica che, a detta di Zero, nasce con l’idea stessa della storia. E poi cambia la condivisione del lavoro. Le tavole di Zero arrivano a team di centinaia di animatori, illustratori e professionisti del settore che vivisezionano ogni scena per renderla movimento. E il narrarsi, da atto intimo, diventa collettivo prima ancora di raggiungere lo schermo.
Eppure, da Rebibbia Quarantine in poi, cambiando pelle, il racconto non si è impoverito: si è approfondito. Anche il marketing, ormai lo sappiamo, è racconto.
Non è un caso, del resto, che proprio quel titolo si presti a un terzo significato. Due spicci sono anche, secondo una certa lettura, il valore di commenti da social, l'opinione superficiale di chi cerca, attraverso un’opera, di creare distinzione, uno spazio tra “io e gli altri”.
Perché per chi, come noi di Bea Media Company, lavora ogni giorno con la narrazione attraverso piattaforme, storie e spazi diversi, la domanda è esattamente la sua: cosa resta e cosa si trasforma quando cambia il mezzo? Si può raccontare la stessa cosa su una pagina, su uno schermo, su un palco, dentro un post, senza che il messaggio si sfaldi? La risposta di Zerocalcare è la più rassicurante e la più esigente insieme: si cambia tutto, tranne l’identità. Il mezzo è una lingua, non un travestimento. E la coerenza, quella vera, non sta nel ripetersi identici, ma nel restare riconoscibili anche quando si cambia tono. Una lezione che vale per un fumettista come per un brand. Perché anche un'impresa, oggi, si racconta su mille superfici diverse, e su ognuna rischia di dire una cosa leggermente diversa. Tenere insieme quelle voci, farne una sola riconoscibile, è il mestiere più difficile che ci sia. Zerocalcare lo fa da solo, con una matita e un armadillo. Noi proviamo a farlo per chi una matita sola non ce l'ha.
Forse è questo il senso più nascosto dei "due spicci". Non i soldi che mancano, ma quello che resta da saldare: con chi siamo stati, con chi ci ha accompagnato, con la storia che continuiamo a raccontare anche quando cambia forma. Il percorso si chiude, una strada dopo l'altra, e il navigatore ricalcola. Ma la destinazione, in fondo, è sempre la stessa: capire chi siamo, una tavola alla volta, un fotogramma alla volta. Due spicci alla volta.



