Le radici della parola: Bea incontra Tiziano Fratus

Tra ritorno alla natura e nuove tecnologie: un dialogo sulla necessità di una narrazione più lenta, profonda, capace di rimettere al centro l'esperienza umana e il valore delle parole.
In un'epoca di accelerazione digitale e produzione automatizzata di contenuti, noi di Bea Media Company ci interroghiamo spesso sulla natura profonda della comunicazione. Come si costruisce un racconto che non sia semplice "flusso", ma presenza reale? Per rispondere, abbiamo dialogato con Tiziano Fratus, scrittore, poeta e cercatore d’alberi, il cui pensiero rappresenta un’eccezione necessaria nel panorama editoriale italiano.
Fratus ci guida oltre la superficie dei media contemporanei, proponendo una visione dove la parola nasce dall'esperienza fisica, dal silenzio e dalla "Dendrosofia" (pratica della meditazione che prevede l’immersione in un ambiente naturale, quali riserve, paesaggi montani o foreste vetuste, deserti, per coltivare la pace interiore). Un approccio che risuona con la nostra missione: trasformare la comunicazione in narrazione di valore.
Nei tuoi lavori la parola nasce spesso da un’esperienza diretta, quasi fisica. In un’epoca in cui il linguaggio può essere prodotto anche senza esperienza, cosa cambia nel valore e nella qualità delle parole?
«La parola segue un percorso che per lo più è mediato dal filtro che l’individuo adotta per relazionarsi col mondo, credo che questo sia valido sia per chi vive dentro uno spazio circoscritto e magari concluso-conchiuso, come una cella, o una stanza, o una casa, sia per chi viaggia attraversando i continenti, migrando, saltando sui treni merci di notte, o dormendo sui monti e nelle foreste. Una parte della scrittura che vado tessendo è sgorgata intorno all’esperienza del cammino e della meditazione in natura, ma resta una elaborazione intellettuale, un artigianato, il frutto di scelte, pensieri, citazioni, rifrazioni e nutrimenti».
Hai scritto che “quel che mi unisce ai grandi alberi è il silenzio”. Che tipo di linguaggio emerge quando nasce da questa relazione con il vivente, da questa tensione esistenziale, rispetto a quello che prende forma nei flussi continui dei media contemporanei?
«Quel che succede nei media contemporanei spesso è la rincorsa della notizia visibile, che riguarda o personalità già note, o accadimenti che occupano un posto di spicco nella manciata di situazioni di cui si parla e di deve parlare. La guerra, la violenza domestica, il litigio appartengono ovviamente a questo spettro. Chi scrive opere, romanzi o saggi o poesia che sia, fa un lavoro sensibilmente distinto, che opera e comunica secondo canali, modalità e un respiro tutto diverso. O dovrebbe».
Oggi il linguaggio circola in modo rapido, replicabile, spesso standardizzato. Ti capita di percepire uno scarto tra questo tipo di parola e quella che richiede tempo, presenza e relazione?
«Ripeto: sono pratiche, culture, elaborazioni diverse. Non sento affatto il pericolo che una intelligenza artificiale possa sottrarmi qualcosa, certo, non nego la possibilità che fra dieci o vent’anni alcuni artisti finti, elaborazioni di programmi, possano diventare scrittori o sceneggiatori, o ancora musicista, esperimenti tra l’altro già tentati anche negli anni Ottanta. Il fumetto e il cinema di fantascienza per esempio hanno già navigato queste eventualità. Detto questo il mercato premia pochi nomi, veri o farlocchi, perché è moda, è tendenza, è costume. Poi ci sono gli altri, io appartengo di certo a questi altri, che fanno in un modo diverso, e che elaborano una esperienza di vita che poi ha come possibilità anche quella di scrivere e di dire qualcosa, in talune forme».
Se dovessi osservare il linguaggio contemporaneo come osservi un bosco, che tipo di ecosistema vedresti? Quali equilibri, quali fragilità?
«Esistono tante diverse propagazioni, è inevitabile, siamo 8 miliardi e mezzo di abitanti tutti insieme, tutti contemporanei, e le tecnologie progrediscono».
Nei tuoi cammini lo sguardo si educa lentamente, attraversando i luoghi. Pensi che oggi il linguaggio influenzi anche il nostro modo di vedere il mondo, oltre che raccontarlo?
«Si, tutti, in qualche misura. La fretta d’altronde è l’unità di misura del nostro esistere. Uno dei corti circuiti della presenza quotidiana sui social è che si cerca di piacere in quel che siamo e come ci presentiamo, i like ci condizionano, e purtroppo ci smussano, nel senso che se qualcosa non funziona allora viene anche bandito, e si ripete il post nei modi che vengono premiati. E’ in sostanza una forma di censura, di autocensura. Un artista, al contrario, crea il suo mondo indipendentemente da qualsiasi moda o compiacimento. Gino Paoli, per citare un musicista che ha proposto ogni volta qualcosa di completamente avulso dalla moda del momento, non si è mai preoccupato di piacere, così come oggi siamo educati a pensare. Lui scriveva una canzone, la cantava, la portava in studio e la incidevano. Anche se era un valzer in un momento di rock ‘n roll, o viceversa. Questo fa un artista, anche se seguito da poche centinaia di persone. Crea il proprio mondo».
Scrivere, per te, è anche un atto di nominazione. In un contesto in cui sempre più parole vengono generate e rielaborate automaticamente, che valore ha oggi “dare un nome” alle cose?
«Da quando esiste una espressione verbale di valenza sociale l’uomo nomina le cose, nominare le cose vuol dire esistere compiutamente ed esistere in un mondo che ha dei nomi. In Cina, ad ogni cambio di dinastia, il nuovo imperatore nominava daccapo le cose, nella Bibbia, come sappiamo, Dio fiat lux, Dio disse sia fatta la luce e la luce fu. A me è sempre piaciuto definire, e definirmi. Lo prendo anche come un gioco. Ma ha un proprio senso».
Hai scritto anche che “non c’è spazio nella società degli uomini per la vera voce degli alberi”. Cosa intendi dire? Cosa succede al linguaggio quando perde questa capacità di ascolto del vivente?
«Vuol dire che noi siamo abituati a prestare la nostra voce, il nostro pensiero agli altri: a chi vive con noi, alle altre popolazioni, agli altri esseri viventi. Gli alberi non si parlano come ci parliamo noi, anche se oggi si fa tanto sensazionalismo in merito; gli alberi semmai, le piante comunicano fatti specifici, questioni chimiche ma non lo scelgono, è strategia. È funzionalità. La vera voce degli alberi, se esiste, non la conosce nessuno. E se mai esistesse un modo per conoscerla prima la imboccheremmo per quel che ci fa comodo dire».
Il tuo è un lavoro che richiede lentezza, ritorno, ripetizione, un “ritornare quotidianamente al silenzio”, come hai raccontato. Che tipo di postura richiede oggi, per uno scrittore, restare fedeli a questa pratica?
«Semplicemente proseguire. Approfondire».
C’è un rischio che il linguaggio si separi sempre di più dal corpo, dall’esperienza, dal paesaggio? E cosa perdiamo, se questa distanza si amplia?
«Le tecnologie curiosamente sembravano destinate a portarci via dalla realtà. Si pensi ad esempio al timore che la sessualità del futuro potesse essere sostituita da strumentazioni, da macchine e programmi. Invece siamo per fortuna sempre lì, al modo di Adamo ed Eva. Più ci integriamo nella vita quotidiana con programmi e dipendenze tecnologiche e più il linguaggio ne viene condizionato, inevitabilmente. Quel che mi spiace è a perdita di comunicativa di dialogo occasionale con persone che non c’entrano nulla con noi. Stamane per esempio ho preso un treno da Roma alle 6 per tornare a Torino. A Orte sono saliti molti ragazzi che studiano a Firenze, a Bologna o a Milano. Hanno occupato praticamente la carrozza. Nessuno si parlava, tutti ostaggi della musica in cuffia e del proprio telefonino. Molti sono studenti universitari. Pensare che questa sia l’educazione umana che tra dieci o vent’anni potrebbe dirigere aziende e il paese, lascia esterrefatti. Noi da ragazzini conoscevamo, incontravamo, ci si mischiava, ora sembra che ci si parli solo tra appartenenti a regimi o classi o categorie, il percepirsi umani come gli altri è stato sostituito da altro. Questo mi preoccupa molto».
Guardando al presente, senti che stiamo attraversando una trasformazione del linguaggio o una sua perdita? E quale può essere oggi il ruolo di una parola che nasce dall’ascolto del reale?
«I linguaggi sono in costante mutamento. Non esiste lingua e non esiste linguaggio statico. Andrà dove sarà opportuno che vada. La parola sedimentata, ponderata, segue un processo che è diverso, che fa della maturazione o della presunta maturazione un obiettivo selettivo. Il consumatore del futuro farà una scelta, tra queste due alternative, che ovviamente non sono così facilmente separabili, polarizzabili. Dipende chi la genera, chi le struttura quanto chi le consuma, chi ne fa tesoro e utile».
Nota biografica
Bergamasco, classe 1975, Tiziano Fratus è un poeta, scrittore e cercatore d’alberi. Dopo un esordio nel teatro di ricerca e nella curatela editoriale, un viaggio tra le sequoie della California segna una svolta radicale nella sua vita, portandolo a coniare concetti quali Homo Radix e Dendrosofia. Da allora dedica la sua attività alla narrazione del mondo vegetale attraverso il "minimalismo sacro", pratica che unisce la meditazione in natura alla scrittura e alla fotografia.
Autore prolifico per i maggiori editori italiani (tra cui Mondadori, Einaudi, Feltrinelli e Bompiani), ha firmato opere come L’Italia è un bosco, Ogni albero è un poeta e Giona delle sequoie. Per anni ha curato la rubrica "Il cercatore di alberi" per La Stampa e collabora attualmente con testate quali Natural Style e Gate.



