Il buio che ci racconta e ci attraversa: fenomenologia di un linguaggio dirompente

Cronaca nera, podcast, docuserie: perché il true crime è diventato uno dei racconti più potenti dell’Italia contemporanea.
Se si volesse trovare una scena originaria da cui far partire questa storia, probabilmente bisognerebbe tornare a una notte di giugno del 1981. A Vermicino, alle porte di Roma, un bambino di sei anni - Alfredo Rampi, per tutti Alfredino - cade in un pozzo artesiano. I tentativi di salvataggio durano tre giorni. A un certo punto la Rai decide di trasmettere tutto in diretta. Milioni di italiani restano davanti alla televisione per ore, aspettando un esito che non arriverà.
È difficile immaginare oggi la portata di quella vicenda. Secondo le ricostruzioni storiche della Rai, la diretta fu seguita da oltre venti milioni di persone e segnò una svolta nel modo in cui la televisione italiana raccontava il dolore pubblico, degenerando presto nella cosiddetta TV del dolore. Lo storico dei media Aldo Grasso, sulla vicenda scrisse che Vermicino rappresentò «l’irruzione della realtà nella televisione generalista», trasformando un fatto tragico in un racconto collettivo nazionale (Storia della televisione italiana,1992 Garzanti).
Non è un caso che quella vicenda sia tornata di recente al centro dell’immaginario audiovisivo con la serie Alfredino - Una storia italiana (Sky, 2021), dimostrando come anche eventi lontani nel tempo possano essere riscritti secondo le logiche narrative del true crime contemporaneo. Non era fiction, non era spettacolo, eppure lo guardavano tutti.
Quella notte rivelò qualcosa che i media avrebbero compreso pienamente solo molti anni dopo: il crimine - o la tragedia - possiede una forza narrativa capace di catturare l’attenzione di un’intera comunità. Quarant’anni dopo, quella intuizione si è trasformata in un intero ecosistema narrativo.
Un genere che attraversa tutti i media
Il true crime - la narrazione di delitti reali - è oggi uno dei linguaggi più diffusi del panorama mediatico contemporaneo. Non è confinato in un medium specifico: attraversa televisione, podcast, docuserie, cinema, libri, YouTube, TikTok. Lo stesso caso può vivere contemporaneamente in più formati, cambiando tono e prospettiva ogni volta.
Basti pensare a quanti episodi della cronaca italiana sono diventati racconti collettivi: il delitto di Cogne, l’omicidio di Sarah Scazzi ad Avetrana, il caso Meredith Kercher a Perugia, il mistero del Mostro di Firenze, la scomparsa di Emanuela Orlandi, l’omicidio di Yara Gambirasio, il delitto di via Poma, la vicenda di Nada Cella, il caso Garlasco, solo per citarne alcuni.
Molti di questi casi sono stati riletti più volte in linguaggi diversi. Il caso Kercher, per esempio, è diventato il documentario Amanda Knox (Netflix, 2016); la storia di Yara Gambirasio è stata raccontata nel film Yara (Netflix, 2021) e nella docuserie Il caso Yara - Oltre ogni ragionevole dubbio (Netflix, 2024); il mistero del Mostro di Firenze continua a ispirare podcast e serie tv di grande successo, mentre la scomparsa di Emanuela Orlandi è stata al centro della miniserie documentaria Vatican Girl (Netflix, 2022).
Il giornalista e scrittore Carlo Lucarelli, uno dei principali narratori del crime italiano, lo ha sintetizzato così: «Il delitto è una storia perfetta: c’è un mistero, c’è un’indagine e c’è una verità da scoprire», (intervista a la Repubblica, 2019).
Ogni storia ritorna ciclicamente in nuovi formati: ricostruzioni televisive, podcast investigativi, docuserie, film, video social. La cronaca diventa un racconto a più voci.



La televisione: la matrice del racconto
Prima delle piattaforme e dei podcast, il true crime italiano nasce in televisione. Programmi come Chi l’ha visto?, Un giorno in pretura, Storie maledette, Blu notte - Misteri italiani, Quarto Grado o l’antesignano Telefono giallo, hanno costruito negli anni una grammatica narrativa precisa: ricostruzione dei fatti, testimonianze, ipotesi investigative, processi.
Sono format molto diversi tra loro, ma condividono una stessa intuizione: il delitto non è solo un fatto da raccontare, è una storia da seguire.
Negli ultimi anni questa narrazione è entrata sempre più stabilmente anche nei contenitori televisivi di largo consumo, nazional-popolari. Trasmissioni come La vita in diretta - programma pomeridiano di Rai 1 - dedicano spesso ampio spazio ai casi di cronaca nera, trasformandoli in oggetto di discussione quotidiana. Lo stesso accade nei talk di approfondimento guidati da giornalisti come Milo Infante, con programmi come Ore 14, o con la presenza ricorrente di figure mediatiche come la criminologa Roberta Bruzzone, diventata una delle voci più riconoscibili del racconto televisivo del delitto.
La cronaca nera entra così nei palinsesti pomeridiani e nella dimensione nazional-popolare della televisione italiana, diventando quasi un argomento comune, discusso tra un servizio di attualità e un dibattito in studio.
Il sociologo Jean Baudrillard lo aveva capito già più di 40 anni fa, osservando che i media contemporanei trasformassero gli eventi in narrazioni continue: «L’informazione divora i propri contenuti. Consuma l’evento e lo sostituisce con la sua messa in scena».(Simulacres et Simulation, 1981).
Nel caso della cronaca nera italiana questo processo è evidente: la televisione non racconta solo il fatto, ma ne costruisce la sequenza narrativa, episodio dopo episodio.
La serialità delle piattaforme
Negli ultimi anni le piattaforme streaming hanno trasformato la cronaca nera in narrazione seriale.Le già citate docuserie come Vatican Girl - La scomparsa di Emanuela Orlandi, Dove nessuno guarda – Il caso Elisa Claps, Marta - Il delitto della Sapienza, Il caso Yara: oltre ogni ragionevole dubbio, Avetrana - Qui non è Hollywood e ancora, Il caso Pantani - L’omicidio di un campione, Il mistero di Liliana Resinovich, Il caso Elisa Claps e altri documentari investigativi prodotti da piattaforme e reti televisive, raccontano i delitti con il linguaggio delle serie: montaggio cinematografico, suspense, episodi.
Il delitto diventa così una storia lunga, da seguire come una fiction, anche se tutto è reale: una sceneggiatura perfetta già scritta dalla realtà
Il solito Aldo Grasso osserva che, in questo senso, «la cronaca nera è diventata uno dei grandi serbatoi narrativi della televisione contemporanea» (Corriere della Sera, 2023).
Il podcast: il ritorno dei cantastorie
Se la serialità televisiva ha spettacolarizzato il true crime, il podcast lo ha riportato alla sua forma più essenziale: la voce.
Podcast come Indagini di Stefano Nazzi, Veleno di Pablo Trincia, Polvere, Le ombre di via Poma, Demoni urbani, Dee Giallo di Carlo Lucarelli, Elisa True Crime, Darkside, Crime & Comedy o The Essential dedicano intere stagioni a ricostruire casi di cronaca con linguaggi diversi: investigativo, narrativo, giornalistico.
I numeri raccontano bene la dimensione del fenomeno. Secondo l’Osservatorio Ipsos-Audible 2024, gli ascoltatori di podcast in Italia hanno superato i 18 milioni, e tra i generi più seguiti il true crime è stabilmente tra i primi.
In questo contesto, Elisa True Crime, nel 2025, si è aggiudicata per il terzo anno consecutivo il titolo di podcast più ascoltato dell’anno su Spotify, confermando il successo del genere crime anche nel pubblico più giovane. La ragione è semplice: il podcast restituisce al delitto la struttura archetipica del racconto: un mistero, indizi da interpretare, una verità da cercare. In fondo è una forma antichissima: il cantastorie attorno al fuoco.
Il crime nei social
Negli ultimi anni il true crime ha trovato un terreno particolarmente fertile anche nei social media. YouTube, TikTok e Instagram sono diventati luoghi in cui la cronaca nera viene ricostruita e commentata in tempo reale da creator e giornalisti. Il caso Yara Gambirasio, il mistero della morte di David Rossi o le indagini sul caso Liliana Resinovich sono stati oggetto non solo di programmi televisivi e podcast, ma anche di centinaia di video e discussioni online. Il delitto viene spezzato in micro-narrazioni: timeline, indizi, testimonianze. Ogni dettaglio diventa un contenuto.
La ricercatrice Kathryn Coduto, studiando il rapporto tra social media e true crime, ha osservato che «gli utenti sviluppano relazioni parasociali con i protagonisti delle storie di crime e seguono compulsivamente gli aggiornamenti dei casi» (Boston University, 2025). Il crime diventa così una conversazione pubblica permanente.
Perché il true crime ci affascina
La domanda più interessante, a questo punto, non è perché esistano queste storie, ma perché continuino ad affascinarci così tanto.
In questa prospettiva, ci viene in soccorso il sociologo Zygmunt Bauman, sostenitore della tesi secondo cui le società contemporanee sarebbero attraversate da una sensazione diffusa di insicurezza, che lui definiva «paura liquida»: «La paura è più spaventosa quando è diffusa, dispersa e difficile da identificare» (Liquid Fear, 2006). Il true crime offre una forma narrativa per dare un volto a quella paura.
C’è poi un elemento profondamente italiano. I casi che più catturano l’immaginario collettivo riguardano quasi sempre persone comuni: famiglie, piccoli centri, vite quotidiane.
Il delitto di Cogne, quello di Avetrana, l’omicidio di Meredith Kercher o il caso Garlasco hanno un tratto comune: raccontano il male dentro contesti familiari e riconoscibili. È proprio questa normalità a renderli perturbanti. Il male che non arriva da lontano, ma dalla casa accanto, rivelando la sua banalità, per citare Hannah Arendt.
Il confine sottile con il gossip
Il successo del true crime ha però anche un lato ambiguo. In Italia la narrazione del delitto convive spesso con la logica del gossip. Come detto, gli stessi casi possono essere trattati in contesti molto diversi: un podcast investigativo, un talk show pomeridiano, una docuserie cinematografica, un video virale su TikTok.
Secondo il filosofo Guy Debord: «Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione» (La società dello spettacolo, 1967).
Nel caso della cronaca nera contemporanea, questa intuizione appare sorprendentemente attuale: il pubblico non segue solo i fatti. Segue i personaggi, le dinamiche familiari, i dettagli privati. Il delitto diventa quasi una narrazione seriale.
Una lente sulla società
Eppure sarebbe troppo semplice ridurre il true crime a voyeurismo collettivo. Guardato da vicino, il genere è anche uno straordinario osservatorio sulla società contemporanea.
Il sociologo Stanley Cohen, studiando il rapporto tra media e criminalità, spiegava che i casi di cronaca spesso diventano «luoghi simbolici in cui una società proietta le proprie paure e i propri conflitti» (Folk Devils and Moral Panics, 1972). Il true crime contemporaneo funziona esattamente così: non racconta soltanto delitti, racconta la nostra ossessione per la verità, il nostro bisogno di dare ordine a eventi incomprensibili, la nostra attrazione per il mistero.
E mentre cambiano i media - dalla televisione ai podcast, dalle docuserie ai social - resta sempre lo stesso impulso che spinge milioni di persone a seguire queste storie. Provare a capire cosa è successo. E, soprattutto, perché. La millenaria domanda, senza risposta, che continuiamo inesorabilmente a porci: perché esiste il male? Perché esiste anche dentro di me?




