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Il grande romanzo popolare del calcio: cosa insegna Romanzo Calcistico a chi vive di storie

11.06.2026

Raccontare il mondo del calcio andando sempre a ricercare la storia particolare, quella che resiste al tempo. Alle porte dei Mondiali di calcio in Canada, Stati Uniti e Messico abbiamo incontrato chi oggi guida Romanzo Calcistico, un progetto editoriale italiano, una community da oltre 500 mila followers che racconta il calcio come narrazione popolare, autentica. Per capire come mai il calcio è da sempre un vero e proprio giacimento inesauribile di storie, con un linguaggio universale. E cosa può imparare, da tutto questo, chiunque costruisca narrazioni, come noi che lo facciamo per brand e organizzazioni.

Il mio primo ricordo calcistico è Italia - Nigeria. Siamo negli Stati Uniti, ai Mondiali 1994. Gli azzurri guidati dal maestro Arrigo Sacchi in divisa bianca, e Roberto Baggio che nel giro di pochi minuti si prende tutti sulle spalle: una doppietta che ci salva. Non ricordo tanto altro ma la sensazione, quella sì, mi prende ancora oggi allo stomaco: lì stava succedendo qualcosa di più grande di una partita. Qualche anno dopo, per la promozione di terza media, mio nonno mi regala una maglia dell'Arsenal: l'away di fine anni Novanta, il marchio Nike e sulla pancia lo sponsor dell’azienda di videogames “SEGA”. Era inglese, era lontana, ed era un regalo: dentro quel tessuto c'erano insieme un campionato che inseguivo da fuori, la Premier League, e l’affetto del mio caro nonno. Da allora ho continuato a collezionare maglie, e solo molto più tardi ho capito cosa stessi davvero mettendo da parte. Storie uniche e irripetibili che mi hanno portato anche a fondare una community, Magliofili, e a dedicarmi a progetti indipendenti di narrazione sportiva, l’ultimo come contributor della newsletter Bosman di Luigi Di Maso focalizzata sul racconto della sport industry.

Da qui viene il mio modo di stare dentro questo “gioco”. Sicuramente per il risultato e per le esultanze allo stadio o davanti ai maxischermi, ma ciò che resta, in fondo, è il racconto che lo precede e che gli sopravvive, una cosa che chi racconta (bene) il calcio per mestiere conosce, come Daniel Mazza. Il nostro dialogo parte proprio da una storia che Daniel stava studiando nei giorni dell’intervista, e che dice meglio di qualsiasi definizione cosa sia Romanzo Calcistico. 

Buenos Aires, inizio anni Trenta. Un elettricista argentino vede un bambino di undici anni giocare a pallone per strada e gli dice di andare a fare un provino al River Plate. Il bambino prende quattro tram da solo, attraversa la città e si presenta. Si chiamava Alfredo Di Stéfano.

«Tante persone non lo sanno», osserva Mazza: «conoscono il Di Stéfano del Real Madrid, ma non sanno tutto il resto che c’è dietro.»

È esattamente lì, nel «resto che c’è dietro», che abita Romanzo Calcistico: una delle community editoriali italiane più riconoscibili nel raccontare il calcio, nata come pagina social e oggi in evoluzione verso un magazine digitale. Il suo payoff è già un metodo: «una passione, tante storie». E il nome è un programma: non cronaca, non news, non meme, ma romanzo. Una distinzione che a noi di Cipolla, il magazine di Bea Media Company dedicato ai linguaggi della comunicazione contemporanea, dice molto: è la stessa differenza che separa il semplice comunicare dal raccontare.

Una community che ha scelto le storie, non la cronaca

Da settembre 2025 la pagina è gestita da un nuovo gruppo, tra cui appunto Daniel Mazza. Appassionati di calcio, hanno rilevato una «community bellissima» - così la definisce lui - con un’idea precisa di pubblico: una fascia adulta, dai venticinque ai quarantacinque anni, che ha vissuto in prima persona l’apice del calcio italiano. La scelta di campo è stata netta fin da subito:

«Non ci interessava la diretta, non ci interessava il target funny e meme», spiega Mazza. «Volevamo raccontare il mondo del calcio in una maniera diversa, con degli approfondimenti, andando però sempre a ricercare la storia particolare.»

Quel modo di comunicare ha generato una qualità di relazione rara. «I commenti sono molto polite, molto gentili, molto romantici», dice Mazza, «e la cosa bella, che su altre pagine non vedo, è che gli stessi calciatori o gli addetti ai lavori commentano o ci scrivono in privato.» Il metodo è sempre lo stesso: partire da una storia laterale per atterrare, quando serve, sull’attualità. Uno dei loro post più letti, ad esempio, racconta di Cristiano Ronaldo che, arrivato alla Juventus, notava in allenamento un preparatore dal piede clamoroso. «Ronaldo va a chiedere agli altri: ma questo, giocava?». Era Roberto Baronio, ex Lazio: «da lì nasce questa amicizia, Ronaldo voleva soltanto lui a fine allenamento per fargli i cross che poi calciava al volo.» L’attualità, dunque, entra in gioco solo se nasconde un aneddoto che nessun altro racconta.

Il calcio è un linguaggio: lo sapeva già Pasolini

Se il calcio si presta così bene al racconto, è perché è un linguaggio prima ancora che uno sport. Si tratta di una tesi che Pier Paolo Pasolini, poeta, regista e attaccante dilettante per tutta la vita, argomentò già nel 1971 quando scriveva che «il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio», con le stesse caratteristiche di quello scritto-parlato: ne deriva che esistono un calcio in prosa e uno in poesia, ciascuno con i propri «poeti e prosatori», e che il gol è il momento più alto, perché «ogni gol è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice».

Pasolini si spinge oltre affermando che: «il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione.» È questa la materia con cui lavora Romanzo Calcistico: un linguaggio che non ha bisogno di parole per essere compreso, e che proprio per questo non smette mai di produrre storie.

Una cultura popolare che unisce (e a volte divide)

Come detto, il calcio è forse il linguaggio popolare più potente del nostro tempo, capace di attraversare confini e classi sociali. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, che al pallone dedicò pagine memorabili, lo fotografò così: «Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio.» E Jorge Luis Borges ne colse l’origine sempre rinnovata: «Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.» È la stessa intuizione del provino di Di Stéfano: il gioco nasce ovunque, dal nulla, e da quel nulla si genera epica.

Non sorprende, in questo senso, che il parallelo tra tifo e fede religiosa torni con insistenza. Uno studio ripreso da AGI nel 2025 ha mostrato come il sostegno a una squadra attivi meccanismi di appartenenza, rito e identità paragonabili a quelli dell’esperienza religiosa: un “noi” collettivo che dà senso, che unisce e, inevitabilmente, divide. È dentro questa dimensione che Romanzo Calcistico sceglie di raccontare, ad esempio, il St. Pauli di Amburgo - che, nota Mazza, «non è soltanto una squadra di calcio, ma azionariato popolare, centri sociali» - o il Sant Andreu di Barcellona, dove i tifosi sono anche soci. Storie che, dice, «ti posizionano» e diventano «un bello specchietto per chi dice: finalmente leggo qualcosa di differente.»

Nuovi formati, stessa sostanza

Raccontare storie lunghe su piattaforme costruite per l’attenzione breve è una sfida, e la risposta di Romanzo Calcistico è insieme pragmatica e fedele a sé stessa. Invece di accorciare, il team spezza parte della didascalia nelle slide di un carosello, in modo che ogni schermata incuriosisca, lasciando sotto il post il testo completo - spesso tra i 1.700 e i 1.800 caratteri. «Non ci interessa fare la didascalia di cinque righe solo per soddisfare la poca attenzione sui social», taglia corto Mazza.

«Quando attiri l’attenzione così, la gente è poi portata a leggere fino alla fine.» Il formato cambia, il linguaggio si adatta, ma la profondità resta intatta - ed è anche per questo che la crescita è tutta organica: dieci-undicimila nuovi follower al mese, senza un euro di pubblicità.

Dietro ogni contenuto c’è ricerca lunga settimane. Per un documentario sul River Plate, racconta Mazza, servono «settimane soltanto per creare un copy che possa essere adatto al voiceover»: cercare aneddoti, romanzarli, distinguere il fatto dalla leggenda metropolitana. Il modello dichiarato è «un mix tra le Sfide della Rai e il racconto alla Buffa» - quello storytelling che, ammette lui stesso, «esagera, arrotonda, però lo sai e ti piace». Sono le storie lasciate fuori dalla narrazione dominante a fare la differenza: la maglia del River nata dalla striscia rossa di un carro di carnevale, il portiere tedesco che da ragazzo rifiutò il Bayern Monaco per girare il mondo. «Vogliamo fare altro», sintetizza, rispetto alle classifiche e ai “migliori undici” che ormai fanno tutti.

Che il calcio sia un serbatoio inesauribile di narrazione lo conferma, in questi mesi, anche il cinema d’autore: Paolo Sorrentino, tra i più grandi raccontatori di storie del nostro tempo, sta girando il suo primo documentario, dedicato proprio alla figura di Carlo Ancelotti, in un percorso che culminerà con i Mondiali del 2026. Quando un premio Oscar sceglie il pallone come materia prima, è perché sa che lì, sotto i risultati e le statistiche, abita l’epica.

Cambia l’oggetto, resta la materia: le storie

L’ambizione di Mazza, in fondo, è affettiva prima che editoriale: «Vorrei che, attraverso le nostre storie, le persone potessero diventare tifose di quella squadra per i minuti in cui guardano il documentario.» È una frase che, letta da chi si occupa di comunicazione, dice qualcosa di più grande del calcio: una storia ben raccontata non trasferisce solo informazioni, ma appartenenza e identità. È esattamente ciò che facciamo in Bea Media Company, cambiando soltanto l’oggetto del racconto. Dove Romanzo Calcistico ha una squadra, noi abbiamo un’azienda; ma la materia prima resta la stessa, le storie. È il cuore della narrazione strategica d’impresa, il metodo con cui trasformiamo fatti, dati e contesto in un sistema narrativo coerente, capace di costruire identità e autorevolezza nel tempo. Non a caso il nostro claim, A good story makes history, e il loro, una passione, tante storie, sono la stessa cosa, detta in due modi diversi.

Da una community calcistica, allora, chi comunica può imparare principalmente tre cose. Che la storia laterale, spesso, vale più della notizia centrale, perché è nel dettaglio dimenticato - l’elettricista, i quattro tram, la striscia rossa di un carro di carnevale - che si nasconde l’emozione. Che in un ecosistema saturo di contenuti di ogni tipo, una voce riconoscibile vale più della viralità, tanto che un singolo post può “fare pochi numeri” e servire comunque a posizionarsi. E che il formato può adattarsi, ma la qualità no. È lo stesso terreno su cui Cipolla osserva i linguaggi della comunicazione prima ancora che Bea li applichi. E la lezione che arriva da un campo da gioco è chiara: il calcio, come ogni grande linguaggio popolare, ha capito prima di tutti che non vince chi parla di più, ma chi sa raccontare meglio. Una buona storia, del resto, è sempre la stessa cosa - che il protagonista sia un’azienda o un bambino che, in mezzo alla strada, prende a calci qualcosa.