Italia, think different!

L’Italia del calcio e quella degli altri Sport: il talento (o la sua mancanza) spiegato ad un bambino. La necessità di costruire un nuovo “sistema Italia”.
Casa mia è una sorta di atlante dello sport internazionale sempre aperto, un po’ come il Bar delle Grandi Speranze: in ogni stanza ti puoi abbeverare di libri, magazine, poster, cimeli che riguardano storie di atleti, celebrano vittorie, record, sconfitte e maestri del campo. Mio figlio, quinta elementare, spulciando distrattamente qua e là, un giorno mi chiede:
“Papà, perché tieni in bella vista il libro del calciatore col codino anche se ha sbagliato il rigore, tirando alto?”
Flashback: è l’11 agosto 2024, il giorno dopo la notte di San Lorenzo.
Dodici stelle in maglia azzurra “schiacciano” le campionesse olimpiche in carica degli Stati Uniti sul campo di Parigi. Qualcosa che non si dimentica facilmente, come la prima stella cadente della vita.
Per andare oltre l’emozione del ricordo, fisso altri due momenti che accadono qualche mese dopo: la vittoria, sempre loro, al VNL 2025 e i Campionati del Mondo dello stesso anno, battendo la temutissima Turchia al tie-break. 36 partite da imbattute. Sì, le azzurre di Julio Velasco hanno fatto qualcosa che va oltre quell’emozione: hanno costruito un sistema.
In quella squadra ci sono nomi che meriteranno di essere raccontati per secoli. Paola Egonu, l'opposta che trasforma ogni pallone in una storia di potenza e precisione, capace di portare il peso mediatico di una squadra intera senza mai smettere di giocare da fuoriclasse. Alessia Orro, MVP del mondiale, palleggiatrice alla quale è stato chiesto di orchestrare la partita più importante della vita a ventiquattr'ore da un problema alla caviglia e che l'ha fatto come se l'emergenza fosse solo un'altra variabile da gestire. Anna Danesi, capitana e centrale, che ha costruito attorno al qui e ora di Velasco l'identità mentale di un gruppo. Moki De Gennaro, diciannove anni in nazionale, eletta miglior libero alle Olimpiadi di Parigi a 38 anni e che ha scelto di chiudere il cerchio conquistando l'ultimo titolo mancante. Da citare anche le altre stelle Myriam Sylla, Ekaterina Antropova, Sarah Fahr: ognuna con la propria traiettoria, ognuna essenziale.
Torno al presente. Devo ancora rispondere a quella domanda di mio figlio, rimasta in sospeso già da un po’.
Il pensiero divergente mi porta a scorrere le foto dell’estate scorsa, mi fermo su quella che mi immortala con un gruppo di amici, in una hall di albergo a guardare la finale di Wimbledon 2025. Lì c’è un ragazzo cresciuto tra le montagne dell'Alto Adige, primo nel ranking, che sta per fare qualcosa di unico, per l’ennesima volta. Dopo aver vinto e rivinto Slam, ATP Finals, trascinato l'Italia in Coppa Davis con stampato in faccia “trust the process” perché l’ha costruito bene, Jannik, quel processo che gli concede anche di perdere o di mollare la racchetta e dire “ho bisogno di riposo”.
Intanto mio figlio ha acceso la TV e mi chiede, con fare insistente: “Come si chiama questo pilota che parla come le cugine?”
Ci metto un attimo a capire chi è ma poi vedo la sua vettura dietro, la Mercedes. Gli dico che è un ragazzo bolognese, come le mie nipoti, che è in testa al Mondiale di Formula 1 e ha solo 19 anni e sembra anche simpatico.
Ho risposto almeno a questa domanda, così prendo tempo per quella più difficile che mi aveva fatto prima.
Apro Instagram, l’algoritmo mi propone Sofia Goggia che bacia un trofeo di cristallo e mi viene in mente quando raccontava a “Passa dal BSMT” il record di infortuni e operazioni avuti da oltre 15 anni a questa parte, sempre con il calendario della riabilitazione incollato a quello delle gare. Non ha mai smesso di scendere, nel senso più letterale e più metaforico del termine. Sotto il post ci sono i complimenti di Federica Brignone, un’altra atleta che ha disegnato con i suoi sci delle traiettorie memorabili per lo sport azzurro, l’ultima proprio nella “nostra” Cortina.
Mi sento toccare dietro la schiena: “Papà, ti ricordi di rispondere a quella domanda…?”
Gli metto una mano sulla spalla e poi lo abbraccio, chiudo gli occhi un istante. Avevo fatto la stessa cosa, qualche sera prima, per placare quel senso di ingiustizia che aveva espresso in un pianto inconsolabile dopo l’ultimo rigore segnato dalla Bosnia. “Papà, così non è giusto…”
Ritorno finalmente al qui e ora.
Il Codino è impossibile non amarlo. Ha sbagliato quel rigore, però è anche un campione che ha regalato all’Italia il suo talento immenso, proprio quello che oggi, anzi, da diversi anni, scarseggia nel nostro calcio, perché si coltiva poco. Ma in Italia ne siamo ricchi in tanti altri sport, come vedi.
Ecco, ve l’ho scritto un pelino meglio di come gli ho risposto a voce. Ecco, l'Italia del talento.
Quella della prospettiva e del metodo, quella capace di lavorare in ecosistema, come tante grandi imprese nostrane possono testimoniare con il loro lavoro quotidiano e secolare. Fatto da quelle stesse persone preoccupate di dare una forma, a quel talento.
E ora rispondo a me stesso e forse anche a te che mi stai leggendo: smettiamo di rimpiangere il fantasista che non abbiamo e raccontiamo di più e meglio chi siamo già diventati. Uno sguardo adulto sul nostro Paese ci serve, oggi più che mai.
Cara Italia, oggi, think different!





