Perché Maurizio Mosca è (stato) il vostro capo della comunicazione ideale

Il giornalista è stato un genio (anche del trash) che tra gli anni Ottanta e Novanta ha anticipato molti dei principali trend su cui si basa la comunicazione di oggi. Eccone alcuni.
Ok, cediamo subito. Il titolo è una provocazione e no, Maurizio Mosca non è il vostro capo della comunicazione ideale. Anzi, probabilmente è tutto l’opposto. Quel che è certo è che in questo campo è stato un genio. Avanguardista e tradizionalista, rivoluzionario e conservatore, giullare e intellettuale. Un uomo venuto dal futuro con l’aria fuori dal tempo.
Bene, a questo punto le regole del buon giornalismo prevedono l’assumere che non tutti voi che state leggendo questo articolo abbiate sentito parlare di Maurizio Mosca. Quindi, non senza un filo di alterigia, ecco che vi lasciamo qualche rapido cenno biografico.
Nato nel 1940 a Roma da una famiglia dove - tra il padre cronista e scrittore e il fratello cantautore e drammaturgo - le parole erano di casa, muove i suoi primi passi nel mondo dell’informazione al quotidiano la Notte di Milano, ben presto passa alla Gazzetta dello Sport, dove una carriera ventennale la porterà a ricoprire la carica di caporedattore. Un cronista stimato e dallo stile inappuntabile, ma non conosciuto dal grande pubblico.
Questo fino a una sera del 1983. Qualche giorno prima sulla Gazzetta dello Sport era comparsa una clamorosa intervista a Zico, il riservatissimo fuoriclasse italiano acquistato l’estate precedente dall’Udinese, che mai prima d’ora aveva parlato con i media italiani. Le parole sono dirompenti: “Platini, sei finito”. Attacco durissimo al campione transalpino, un autentico scoop, che Mosca dichiara frutto della sua solida amicizia con l’asso brasiliano. Alcuni giorni dopo, quella sera del 1983, Zico è ospite in Rai al Processo del Lunedì, bazar della chiacchiera calcistica. In studio c’è anche Mosca e Aldo Biscardi, conduttore del programma, chiede a Zico quando lui e il giornalista si sono incontrati: “Questo signore io non lo conosco, e non ho mai concesso un’intervista”. Un virgolettato inventato, l’onta più grave per un cronista. Mosca viene sospeso e poi licenziato dalla Gazzetta, e per lui inizia una seconda vita.
L’uomo si trasforma nel personaggio, il giornalista ligio si trasforma in un istrione capace di tenere incollati alla tv milioni di spettatori. Dalla fine degli anni Ottanta diventa presenza fissa nei salotti dove il calcio diventa poco più di un pretesto per raccontare, stupire, intrattenere. Anche grazie al magistrale traino della Gialappa’s Band e di un programma di culto come Mai Dire Gol, che ne riproponeva gesta e assurdità, Maurizio Mosca diventa un autentico simbolo, di cui ancora oggi il citazionismo si spreca. Ci riesce grazie ad alcune tecniche che negli anni Novanta sembravano assurde, ma che oggi sono alla base di un certo linguaggio della comunicazione contemporanea.
Maurizio Mosca ha inventato la Post-verità
“Anzitutto una notizia”... Un momento divenuto storia della televisione. Durante il programma SuperGol chiama un telespettatore che accusa Mosca di essere stato visto “comprando” 400 mila lire di cocaina. Una menzogna, che va ovviamente smentita. Ma come? Nel break pubblicitario il colpo di genio. Mosca capisce che per far cadere una simile accusa formulata in quel modo, non basta negare e annunciare azioni legali. Serve rilanciare, e serve farlo subito. E così rientrando in onda, comunica ai telespettatori che, grazie ai telefoni controllati, il signore è stato già arrestato. Poco importa che siano passati tre, quattro minuti al massimo. Serve stupire. “Intanto adesso è in galera”. Sipario.
“Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all'emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati, tende a essere accettata come veritiera, influenzando l'opinione pubblica”. Questa è la definizione che la Treccani dà di Post-verità. Serve aggiungere altro?
Maurizio Mosca era un narratore eccezionale
Ritmo, prossemica, invenzione di vocaboli: Maurizio Mosca è stato un fenomenale raccontatore di storie. Dal modo in cui dava le “notizie” (per lo più inventate o quasi, con l’ausilio del celebre pendolino) fino a quello con cui raccontava aneddoti della sua vita privata, Mosca era assolutamente irresistibile. Che si trattasse delle bombe di calciomercato o delle esperienze con pomate afrodisiache, sapeva portare lo spettatore in una dimensione in cui verità e fantasia si mischiano fino a perdere di senso, stimolandone in modo unico attenzione e curiosità.
Maurizio Mosca era (è) un meme vivente
In un’epoca in cui i personaggi pubblici erano quasi sempre algidi e ingessati, Mosca non aveva paura di usare il proprio corpo e il proprio viso. Grazie alla sua più o meno consapevole autoironia, era espressivo, teatrale, a tratti eccessivo. Era frenetico, vivace, imprevedibile. Un reel con lui protagonista non ha bisogno del montaggio.
Fin dai primi istanti dalla messa in onda dalla sua faccia capivi il suo umore, e si poteva intuire che piega avrebbe preso la serata. Le pose che assumeva rimanevano impresse, tanto che ancora oggi, non di rado, viene preso come base meme sui social, grazie alle sue perfette rappresentazioni di situazioni e sensazioni.
Maurizio Mosca: rage bait dall’animo buono
“Un contenuto online creato appositamente per provocare rabbia o indignazione attraverso elementi provocatori o offensivi, in genere pubblicato per aumentare il traffico o l'interazione su una particolare pagina web o piattaforma di social media”. Con questa definizione lo scorso dicembre l’Oxford English Dictionary ha incorato “rage bait” la parola dell’anno 2025. Trent’anni fa il rage bait si chiamava più bonariamente provocazione, campo nel quale il nostro era indiscutibilmente un artigiano.
Negli anni Novanta aveva capito che per farsi seguire occorreva dimenticarsi delle mezze misure, essere estremi, diretti, prendere sempre e comunque una posizione, meglio se lontana da non detti e perbenismi. In altre parole, Mosca cavalcava costantemente l’onda della polarizzazione. Aveva elevato il litigio da incidente dialettico a fine ultimo di ogni salotto televisivo. “La pallacanestro non fa discutere, che polemiche vuoi fare?” disse motivando il suo disinteresse per la palla a spicchi. Una dichiarazione di poetica, una geniale anticipazione di ciò che è diventata oggi buona parte della comunicazione sui social.
Attenzione però, Mosca era soprattutto un uomo dall’animo buono. I suoi attacchi non erano mai personali, e quasi mai volti a offendere. La sua vera missione è stata un’altra, ed è incisa come epitaffio sulla sua tomba, al cimitero di Bruzzano: “Ho cercato di spargere allegria tra la gente”. Se partiamo da questo assunto, possiamo concludere che ci servirebbero altri Maurizio Mosca oggi: perché se è vero che la post-verità e il trash, sono diventati ormai linguaggio comune e dominante, quantomeno Mosca - da autentico precursore e senza doppi fini - ne faceva una rivoluzionaria cifra del suo personaggio, imprigionato tra realtà e provocazione.



