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Redazione
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Un’alba a cinque cerchi: cosa chiedere a Milano Cortina 2026

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06.02.2026

Il mito, le emozioni, la condivisione. Oltre all’aspetto sportivo, per i luoghi ospitanti i Giochi rappresentano una possibilità unica di scoprire se stessi.

“Piccolo cuore del mondo”. Così veniva definita la Cortina che ospitava i Giochi Olimpici invernali nel 1956. Parole prese in prestito dal docufilm ufficiale di quell’edizione, dal titolo Vertigine Bianca, per la regia di Giorgio Ferroni. Quel documentario celebrava allo stesso tempo le prime Olimpiadi mai disputate in Italia (ci avevamo già provato con Roma 1908 e sempre con Cortina 1944 ma, prima la storica eruzione del Vesuvio del 1906 e poi la Seconda Guerra Mondiale ci avevano costretto al dietrofront), ma anche le prime di sempre ad essere trasmesse nel nostro Paese in Eurovisione. Mai prima d’allora gli italiani avevano potuto ammirare in diretta il cammino della fiaccola, l’accensione del braciere, le imprese degli atleti. 

Tra gli azzurri c’erano, su tutti, il leggendario Rosso Volante del bob Eugenio Monti e Giuliana Chemal Minuzzo, che quattro anni prima era diventata la prima italiana di sempre a mettersi al collo una medaglia olimpica. 

Ma c’era tanto, tantissimo, anche e soprattutto fuori dai campi di gara. A fare il giro del mondo c’erano anche le immagini delle meraviglie dolomitiche, dello stadio del ghiaccio, del Trampolino Italia di Zuel, il luogo che, tanto per fare due esempi, Alberto Sordi fotograferà ne Il Conte Max e da cui nel 1981 Roger Moore nei panni di 007 salterà nel tentativo di fuggire ai killer che volevano la sua testa.

C’erano poi i volti, le stelle. A dominare le scena, era, incontrastata, una giovanissima Sophia Loren, la presenza più desiderata sui rotocalchi e alle serate di festa che allietavano le nottate cortinesi. I giochi del 1956 contribuirono, infatti, a rendere Cortina quel place to be che l’ha resa meta imprescindibile del glamour nostrano e internazionale, alcova di personaggi che hanno segnato la storia imprenditoriale e socio-culturale del nostro Paese, da Indro Montanelli a Filippo De Pisis, da Dino Buzzati a Alain Delon e Luca Cordero di Montezemolo. Un’autentica rivoluzione per una cittadina che all’epoca non arrivava ai 7 mila abitanti. 

E, se Cortina costituisce un caso di particolare successo, ci sono tantissimi altri luoghi che sono “comparsi” sulla cartina del globo solo per aver ospitato i Giochi olimpici. Al di qua delle Alpi conosciamo Albertville quasi esclusivamente per le imprese di Alberto Tomba e Stefania Belmondo; chi, quando sente parlare di Lillehammer, non pensa al clamoroso oro della staffetta del fondo azzurro, che trionfò bruciando la corazzata dei padroni di casa?

L’estetica che accompagnò i Giochi 1956 contribuì a cambiare la narrazione della montagna, in senso più generale. Non sono tantissimi i manifesti dal design riuscito, come pochi manifesti hanno avuto un design riuscito come quelli creati per quella rassegna, su tutti il “Bambino su slittino lancia una palla di neve e cinque cerchi olimpici”, di Lenhart Franz, che ha costituito per anni un baluardo delle campagne di comunicazione di Cortina nel corso della seconda metà del Novecento.

Questo e altri manifesti, tra l'altro, sono visitabili in una mostra a Treviso alla Collezione Salce, in un percorso che racconta come questi pezzi unici abbiano trasformato l'inverno da stagione temuta a opportunità di sviluppo turistico e sociale per le comunità di montagna. La rassegna, fra l’altro, fa parte del progetto dell’Olimpiade culturale, una serie di iniziative volte a raccontare la storia delle Olimpiadi attraverso cimeli, arte e creatività. A Milano, ad esempio, alla Fondazione Luigi Rovati, c’è “I Giochi Olimpici, una storia lunga tremila anni”, un percorso espositivo che racconta come, dalla Grecia a oggi, l’ideale olimpico abbia attraversato i secoli restando fedele ai suoi valori fondanti. Ci sono anche cimeli unici, come i guantoni da boxe di Pierre de Coubertin e la maglia indossata da Usain Bolt durante i giochi di Pechino 2008. Tutto il programma delle Olimpiadi Culturali, lo trovate qui.

Le Olimpiadi del 1956, insomma, furono uno dei manifesti dell’Italia del boom, un’Italia felice, un’Italia partecipe, un’Italia che strizzava l’occhio alla dolce vita e che guardava al futuro con fiducia. Per Milano Cortina 2026 la sfida sarà cercare di ripetere quel modello vincente. Milano, in particolare, è attesa da una prova importantissima. Dimostrare agli occhi di chi la descrive come una città di apparenze e poco sentimento, come, in realtà, sia in grado di raccontare storie, di applaudire alle vittorie e sostenere le sconfitte. Di come sia capace di fare comunità e condividere emozioni, con quella forza che solo lo sport è in grado di trasmettere. E, no, non c’è occasione migliore delle Olimpiadi. Evviva le Olimpiadi.

Alberto Sordi fotografa il trampolino Italia di Cortina ne "Il Conte max" 1957