The Importance of Being Creative o l’arte di non disunirsi

Dialogo con Stefano Poletti, chitarrista de “L’officina della Camomilla”, regista e videomaker, su cosa significhi essere creativi e personali nell’era dell’AI e rimanere autentici, pur attraversando linguaggi diversi tra loro.
In The Importance of Being Earnest, commedia di Oscar Wilde che abbiamo voluto omaggiare, con una piccola licenza poetica, nel titolo di questa intervista, tutto ruota attorno a un nome e alla serietà che quel nome promette e continuamente tradisce: una questione di identità e autenticità, insomma. Oltre alla personalità irripetibile (nemmeno da qualche algoritmo) del suo autore. Sono esattamente i temi di cui parliamo con Stefano Poletti: cosa renda una firma davvero riconoscibile, e cosa significhi restare se stessi pur cambiando pelle.
Stefano è chitarrista de L'Officina della Camomilla, band che negli anni si è ritagliata uno spazio riconoscibile nella scena indie italiana, con un immaginario sospeso tra intimismo e visione, più vicino a un certo cinema indipendente che alla forma-canzone tradizionale. Lui stesso ha raccontato di aver sempre pensato al progetto come a un film camuffato in abiti da band. Ma definirlo soltanto musicista sarebbe riduttivo: è anche regista, videomaker, docente. Una biografia che si legge come un elenco di mestieri distinti e che invece, ascoltandolo, si rivela come un'unica grammatica declinata in linguaggi diversi.
Dalla conversazione emerge un tema che, come Bea Media Company e Cipolla, ci sta particolarmente a cuore: la natura multidisciplinare della creatività. Poletti attraversa cinema, musica, scrittura e immagine senza percepirli come compartimenti separati: parte sempre da un'idea e solo dopo sceglie il medium più adatto a esprimerla. È la creatività intesa non come competenza settoriale, ma come sguardo capace di muoversi tra ambiti e formati mantenendo un nucleo autoriale riconoscibile. Attraversare senza disunirsi, direbbe Sorrentino: una coerenza che sopravvive al cambio di registro. Per noi, che pensiamo la comunicazione come sistema e non come somma di pezzi isolati, non può che essere una prospettiva condivisibile. Ed è la stessa coerenza che Stefano mette alla prova sul nervo scoperto del nostro tempo, l'intelligenza artificiale, a cui ha dedicato un manuale per creativi e videomaker: nessun tono difensivo né apocalittico, ma la ricerca del confine tra uno strumento che amplifica la voce dell'autore e uno che la dissolve in un linguaggio omologato. Un terreno che ci riguarda da vicino, perché più la tecnica diventa accessibile, più la differenza la fanno l'esperienza reale e una personalità che non si lascia replicare.
Nelle pagine che seguono, Stefano ci porta dentro il suo modo di intendere la creatività: la porosità dei confini tra i linguaggi, il rapporto tra autore e committente, e il consiglio che darebbe a chi inizia oggi, quando la tecnica sembra imperversare e la voce personale diventa il vero capitale. Il resto lo lasciamo alle sue parole.
Stefano Poletti, musicista, regista, videomaker, docente: lavori da sempre attraversando linguaggi diversi. Li percepisci come anime separate o come declinazioni di un'unica grammatica creativa? E in che momento ti sei accorto che il confine tra loro era poroso?
Credo di aver capito quanto fossero sfumati i confini tra i diversi linguaggi quando ero all'università. Studiavo cinema e scrivevo canzoni. Mi accorgevo che, mentre componevo un brano, avevo già in mente il videoclip, le immagini e l'estetica che lo avrebbero accompagnato. Allo stesso tempo, alcune canzoni mi sembravano quasi l'incipit di un romanzo, o il punto di partenza per un film. Insomma, parto sempre da un’idea che voglio esprimere e poi scelgo il medium più adatto. È una libertà creativa che mi affascina e che continuo a difendere ancora oggi.
Hai detto di aver sempre pensato a L'Officina della Camomilla come a "un film camuffato in abiti da band", e hai raccontato la tua affinità con un certo cinema indipendente e visionario, più vicino alla video-arte che alla narrazione. Quanto il tuo sguardo da regista entra nel modo in cui costruisci o ascolti la musica e viceversa?
Le canzoni, prima ancora di essere musica, per me sono immagini. Mi piace quando costruiscono atmosfere, evocano mondi, ma allo stesso tempo lasciano spazio all'immaginazione di chi ascolta.
Passare da un videoclip indipendente a un lavoro per un marchio della moda richiede registri molto diversi. C'è un nucleo autoriale che resta riconoscibile a prescindere dal committente, o l'identità di un creativo sta proprio nella capacità di adattarsi?
Penso che un autore debba sapersi adattare, ma senza smettere di essere riconoscibile. Non sempre è possibile soprattutto sui lavori più commerciali, però anche quando il committente ti dà dei confini; il tuo compito è trovare libertà all'interno di quei paletti per mantenere una tua voce (in un mondo ideale intendiamoci).
Il tuo “Manuale per creativi e videomaker nell'era dell'Intelligenza artificiale" affronta il rapporto tra creatività e algoritmo. Dove passa, secondo te, il confine concreto tra un'IA che amplifica la voce dell'autore e una che la dissolve in un linguaggio omologato?
La differenza è semplice: chi prende le decisioni? Se l'IA diventa uno strumento che accelera il tuo pensiero, allora è una straordinaria alleata. Se invece sostituisce il tuo ragionamente e soprattutto il tuo messaggio, il rischio è quello dell’omologazione e di finire dentro quell’ Uncanny Valley che non dice niente in più del già detto.
In un'epoca in cui i sistemi generativi apprendono dagli stili esistenti, cosa rende oggi una firma creativa davvero non replicabile?
Credo che ciò che rende davvero non replicabile una firma creativa sia l'aver vissuto realmente le cose e riuscire a trasformare quell'esperienza in qualcosa di urgente, autentico e profondamente personale. L'intelligenza artificiale può imitare uno stile, ma non può avere una biografia, né quell'esigenza interiore che spinge un artista a creare. Da docente, come sta cambiando il modo di insegnare a chi vuole fare il videomaker? Quali competenze diventano più preziose quando la parte esecutiva può essere delegata a un algoritmo?
Un solo consiglio a un giovane creativo che inizia adesso, in un panorama in cui la tecnica sembra imperversare e la voce personale diventa il vero capitale: quale sarebbe?
Guarda tantissimi film, ascolta musica, leggi libri, visita mostre, viaggia, annoiati, vivi esperienze. Tutto quello che fai fuori dal computer finirà dentro le tue opere. Oggi la tecnica è sempre più accessibile, quello che farà davvero la differenza sarà avere qualcosa di personale da dire. E quella voce non si trova davanti a uno schermo, ma vivendo.



