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Taxi Driver, cinquant’anni dopo. Il film che insegna come costruire uno sguardo

27.08.2026

A cinquant’anni esatti dalla sua uscita, Taxi Driver continua a raccontare la solitudine e il bisogno di trovare un posto nel mondo. Nel film di Martin Scorsese, lo sguardo di Travis Bickle costruisce un universo narrativo e ci ricorda che ogni storia, anche quella di un’impresa, prende forma da un modo di guardare al mondo.

«La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c'è scampo: sono nato per essere solo».

Questa citazione ha accompagnato gran parte della mia vita. L’ho incontrata in età diverse, ogni volta che riguardavo Taxi Driver, il celebre film di Martin Scorsese da cui è tratta, e ogni volta che vedevo un taxi giallo di New York. E ogni volta ha assunto un significato diverso. Prima ci vedevo una solitudine esasperata, come se fosse quasi una condanna; oggi, nel cinquantesimo anniversario della sua uscita, ci ritrovo la capacità che ha una grande storia di farci abitare lo sguardo e un luogo di qualcun altro.

È forse questa la ragione per cui il film di Scorsese continua a parlare al presente con commozione, ma anche con fermezza. Che lo si ami oppure no, non si può dire che non sia un film immenso: uscito negli Stati Uniti l’8 febbraio 1976 e arrivato nelle sale italiane il 27 agosto dello stesso anno, racconta la storia di Travis Bickle, uomo reduce del Vietnam con un disturbo da stress post-traumatico che, soffrendo di insonnia, trova lavoro come tassista notturno in una New York degradata e febbrile. Accanto a Robert De Niro ci sono Jodie Foster nel ruolo di Iris, Cybill Shepherd in quello di Betsy e Harvey Keitel nei panni di Sport. 

Il film nasce nel cuore della New Hollywood, la stagione in cui autori come Francis Ford Coppola, Robert Altman, Brian De Palma, William Friedkin e lo stesso Martin Scorsese conquistano una libertà creativa senza precedenti, portando sullo schermo storie profondamente personali e sentite. Al centro dei loro lungometraggi ci sono antieroi, personaggi moralmente ambigui, fragili, inquieti, accompagnati da un’idea di cinema che privilegia uno sguardo soggettivo. Del resto, il percorso del regista è attraversato da un’attenzione per personaggi complessi, spesso sospesi tra il bisogno di appartenenza e l’incapacità di trovare un equilibrio (è un tema che ricorre anche in altri suoi film, come Quei bravi ragazzi, 1990, che racconta il “fascino” e la disillusione del mondo della criminalità organizzata, o The Irishman, 2019, in cui la memoria di un uomo della malavita si confronta con il peso delle proprie scelte). In questo senso, Taxi Driver rappresenta uno degli esiti più alti di quella stagione: un’opera intensa ed esistenziale, per molti aspetti vicina all’universo dello scrittore russo Dostoevskij.

Taxi Driver si può considerare, certo, come la cronaca della discesa agli inferi di un uomo solo. D'altro canto, Scorsese e Paul Schrader costruiscono un universo narrativo, o meglio, un racconto sul modo in cui una storia può prendere forma attraverso un punto di vista. Non è un caso che Scorsese scelga spesso di mostrarci il mondo attraverso gli occhi di Travis. Sono spesso soggettive o semisoggettive - alternate a primi e primissimi piani che inquadrano il volto di Travis e i suoi occhi persi - le inquadrature che seguono il suo sguardo mentre attraversa New York al volante del taxi. Chi guarda rimane così ancorato alla sua percezione fino alla celebre scena dello specchio, culminata nell’iconico «You talkin’ to me?». È in questo modo che il punto di vista e lo sguardo diventano il motore del racconto.

Lo sguardo di Travis

La prima volta che saliamo sul taxi di Travis crediamo di osservare New York. Le strade illuminate dai neon, il vapore che sale dai tombini, la pioggia sul parabrezza, la prostituzione, la violenza, il rumore costante, sembrano appartenere a un realismo quasi documentario. Poi, poco alla volta, ci accorgiamo che quella città coincide sempre di più con lo sguardo di chi la vive. La New York del 1976 è una città difficile, attraversata da una profonda crisi economica, criminalità e degrado urbano. Ma è soprattutto la New York vista da Travis Bickle, filtrata dalla sua insonnia e dalla sua inadeguatezza. Scorsese la filma come un personaggio del racconto: una città reale e insieme mentale, un luogo che finisce per riflettere lo stato d’animo di Travis e che contribuisce a costruire il significato del film. 

E così Travis diventa un narratore inaffidabile della storia del cinema. Il suo diario, che accompagna il racconto con la voce fuori campo, ci fa entrare nella sua mente e ci convince che il suo modo di guardare il mondo coincida con il mondo stesso. Solo dopo ci rendiamo conto di avere osservato la realtà attraverso un filtro. È una lezione che va ben oltre il cinema e che ci suggerisce che ogni narrazione nasce da una scelta di sguardo, ogni storia seleziona ciò che merita attenzione, stabilisce una gerarchia tra gli eventi e attribuisce significato ai dettagli. 

Travis Bickle è il sintomo di un’epoca. La sua alienazione personale diventa il riflesso di un malessere più ampio: è un individuo, ma è anche il prodotto di un momento storico preciso, portando dentro di sé le ferite di un’America che fatica a elaborare una guerra perduta e una violenza rimasta senza un racconto collettivo. È proprio questa capacità di tenere insieme il singolo e il collettivo a renderlo un personaggio memorabile. Così fanno le grandi narrazioni: raccontano una vita, ma attraverso quella vita riescono a leggere un’intera epoca.

La forma del racconto

Scorsese rende questa intuizione ancora più potente attraverso la regia. Durante la narrazione, la macchina da presa segue Travis fedelmente: osserva quello che osserva lui, si ferma dove lui si ferma, rallenta quando la sua percezione cambia. Persino la celebre inquadratura finale dall’alto, che usa lo slow motion sorvolando la scena della sparatoria come se appartenesse a un’altra dimensione, contribuisce a creare quella sensazione di straniamento che accompagna tutto il film. Qui i movimenti di camera diventano più instabili e sporchi, abbandonando la fluidità della ripresa per catapultare chi guarda dentro il caos della scena.

Anche il passaggio più famoso del film racconta qualcosa sul destino delle grandi narrazioni. Quando Travis si guarda allo specchio e pronuncia il celebre «You talkin’ to me?», sta dando vita a una delle immagini più iconiche della cultura pop. È curioso pensare che la sceneggiatura prevedesse che il personaggio parlasse a sé stesso, ma Robert De Niro sviluppò buona parte del dialogo improvvisando durante le riprese, trasformando quella traccia in un momento destinato a vivere oltre il film. Oggi quella battuta appartiene al patrimonio collettivo, viene citata e parodiata anche da chi il film non l’ha neppure visto. È la dimostrazione che alcuni frammenti narrativi riescono a emanciparsi dall’opera che li ha generati e continuano il loro viaggio nella cultura.

Per questo, ogni scelta narrativa, contenutistica e formale, partecipa alla costruzione del significato. È una delle intuizioni più fertili che il cinema possa offrire a chiunque lavori con le storie: cambiare il linguaggio significa cambiare la percezione di ciò che viene raccontato. Vale per un film, vale per un romanzo, vale anche per un brand.

Il potere degli archetipi

E così, cinquant’anni dopo, l’immagine che continua a colpirmi è sempre la stessa. È Travis al volante del suo taxi, che attraversa la città senza riuscire davvero a farne parte. Per me è in ogni taxi giallo che sfreccia a New York. Lo vedo sempre lì, con lo sguardo allucinato e i segni del passato, mentre si muove in una città fuori controllo. È un’immagine che il tempo non ha consumato. Oggi quella macchina sembra rappresentare una forma di solitudine che conosciamo anche noi: quella dell’iperconnessione e di relazioni che diventano sempre più fragili; ma anche di chi attraversa il mondo restando ai margini, senza trovare un luogo a cui appartenere.

Non ci sorprende che Travis Bickle continui a camminare anche nel cinema contemporaneo. Basti pensare a Joker (2019) di Todd Phillips, che si ispira a Taxi Driver e rafforza questo dialogo coinvolgendo Robert De Niro in un raffinato gioco di rimandi. Il personaggio cambia nome, epoca e contesto, ma conserva la stessa struttura narrativa: l’uomo invisibile, la solitudine urbana, il rancore che cresce fino a esplodere. È il destino degli archetipi: sono storie che non appartengono soltanto a chi le genera, ma continuano a creare nuovi racconti.

Le grandi narrazioni vivono a lungo perché ogni epoca trova in loro una domanda che riguarda il presente. Vale per il cinema, per i libri, come vale per quello di cui ci occupiamo in Bea Media Company, e forse è proprio questa la ragione per cui su Cipolla torniamo spesso ai film: perché il cinema rende visibili i meccanismi invisibili di ogni narrazione. Taxi Driver ci ricorda che una storia prende forma nel momento in cui qualcuno sceglie uno sguardo attraverso cui osservare il mondo. Non importa che sia triste, felice, disordinato, ordinario, pazzesco. L'importante è che sia vero e autentico, che permetta alle persone di entrare in quel mondo lì, e magari di rispecchiarsi.

Anche quando un’azienda racconta sé stessa compie lo stesso gesto: sceglie una prospettiva, una voce, un linguaggio. Per questo, il nostro lavoro sulla narrazione comincia sempre prima dei contenuti, dalla costruzione di uno sguardo, perché è lo sguardo a dare coerenza a tutto ciò che verrà dopo. Ed è proprio da quello sguardo che nasce il significato. Nel cinema, nella letteratura e, sempre più spesso, anche nelle imprese che scelgono di raccontarsi come media company.

Per questo Taxi Driver è uno dei capisaldi del cinema: perché ha trasformato la storia di un uomo solo in qualcosa che appartiene a tutte e tutti noi, creando un’esperienza emotiva autentica e condivisibile. Un film che, attraverso lo sguardo a tratti distorto di Travis di una realtà ai limiti, ci ricorda che ogni racconto nasce da una prospettiva, da una voce, da un modo particolare di affacciarsi sul mondo. Così, dopo cinquant’anni, quelle parole pronunciate da Travis continuano a risuonare. Perché descrivono la sua solitudine, ma anche perché in quella solitudine riconosciamo ancora una parte di noi.