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Si vivesse solo di inizi. The Boys e la fine di una storia

28.05.2026

I supereroi non esistono. Meno male. Ma cosa dire delle storie?

La storia umana è scandita da miti. E ogni mito è attraversato da personaggi archetipici che incarnano aspetti particolarissimi della natura umana - vera o ideale che sia. Sono quasi certa che anche nelle proto-comunità di cacciatori e raccoglitori esistessero racconti mitologici attorno al fuoco. Quel che è certo è che, da quando la nostra struttura comunitaria si è evoluta, il mito è entrato a far parte della nostra formazione. L'eroe. Il villain. Bene e Male rappresentati con una distinzione netta, necessaria, rassicurante - finché l'etica non ha iniziato a incrinare quella certezza con un punto interrogativo. La psicoanalisi, il subconscio, e i Sith, per chi è fan di Star Wars.

A cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, Garth Ennis - cresciuto a pane, Superman e Captain America, figlio di quella tradizione di miti in costume - si interrogò esattamente su questo. E si chiese: ma siamo proprio sicuri che, se i supereroi esistessero, sarebbero davvero buoni?

Nasce The Boys. E con loro, la mia ossessione.

The Boys l'ho letto e riletto e, come se non fosse abbastanza, Prime Video ha ben pensato di farne una serie tv. Ne scrivo da due anni su Everyeye, uno dei magazine più letti in Italia che ha fatto della cultura pop il suo core business. Ho analizzato ogni stagione dello show, ogni scelta narrativa, ogni trovata di marketing che Kripke - il creatore della serie - e il suo team hanno trasformato in satira applicata. Ho posto domande, ho cercato risposte, ho seguito questa serie come si segue qualcosa che ti riguarda professionalmente e umanamente allo stesso tempo. E adesso è finita. L'ottavo e ultimo episodio della quinta stagione è andato in onda solo pochi giorni fa, e io mi ritrovo a fare i conti con quello che succede quando una storia che hai raccontato smette di esistere.

Perché è chiaro che non solo non smette di esistere, ma, se possibile, pone ancora più domande. La prima: ne valeva la pena?

Chi sono i Boys - e chi sono i Sette

Per chi non li conosce, una bussola rapida. The Boys è ambientata in un mondo in cui i supereroi esistono davvero, ma sono gestiti come asset aziendali dalla Vought International, una multinazionale che li confeziona come celebrity, nascondendone abusi, corruzione e violenza. Al vertice dei Sette - la squadra di punta della Vought - c'è Patriota, interpretato da Antony Starr: un Superman distorto, narcisista, capace di tenerezza e di strage nello stesso respiro, e sempre più vicino, stagione dopo stagione, a un potere assoluto. Dall'altra parte ci sono i Boys: un gruppo di vigilantes senza superpoteri guidati da Billy Butcher, ex operativo delle forze speciali con un odio viscerale per i Super. Al suo fianco Hughie Campbell - la voce morale della storia, il ragazzo comune trascinato nella guerra dopo la morte della sua ragazza, uccisa per caso da A-Train - e poi Mother's Milk, Frenchie, Kimiko, Starlight. Persone imperfette che combattono un sistema imperfetto, in un mondo dove il confine tra bene e male è sempre meno visibile.

Se avete vissuto come me l'agonia dell'attesa, stagione dopo stagione, e siete anche voi tra gli spettatori infuriati con Game of Thrones, avete sperato fino all'ultimo istante che Eric Kripke fosse diverso, che Ennis avesse già scritto il miglior finale di sempre e che quindi la conclusione fosse fin troppo facile per una serie che ha mantenuto altissima l'asticella della narrazione minuto dopo minuto. E invece l'ultimo episodio va in onda, e tanti, tantissimi, gridano alla truffa. Io no. Perché? Seguitemi in questo viaggio alla scoperta della narrazione, della narrazione politica, della satira, della denuncia e del sarcasmo. “This will be fu****g diabolical”. Cit.

La repubblica dei meme

Garth Ennis, lo abbiamo detto, è un autore con la a maiuscola: un irlandese con una visione del mondo feroce, quasi nichilista, che ha sempre usato i supereroi come specchio deformante del potere. Ennis non amava i supereroi. Li trovava simboli di una narrazione consolatoria e pericolosa - quella del salvatore forte, della forza come virtù, del potere come privilegio naturale. The Boys era un atto di rabbia, non di intrattenimento. Un modo per dire: guardate cosa si nasconde dietro il mantello. Eric Kripke ha preso quella rabbia e l'ha trasformata in qualcosa di più grande e più complesso: un meme.

Ogni analista politico sa che tanto più virali sono i meme, tanto maggiore è - o sarà - l'impatto sociale del politico, del personaggio, dell'attore, del gattino e del privato cittadino della società. Pensate a Bella Poarch, a Kabi Lamé e ora, a Homelander. No, The Boys - fumetto o serie che sia - non ha mai avuto alcuna ambizione di trama. Al contrario, Ennis ha annientato la trama, lo spettacolo, l'intrattenimento, e li ha resi grido: un loop in cui inizio e fine quasi si sovrappongono, proprio come la distanza tra bene e male. Intorno ai suoi personaggi, intorno alla trama, c'è la realtà - quella vera, dove dietro l'angolo bene e male sono soliti darsi il cambio. C’è la tv, dove la bontà genuina si fa spot e la sincerità è scandita dall'applausometro e da una X sul palco, per conquistare il favore di camera. Mentre Homelander, villain ed eroe assoluto, si trasformava in meme, Donald Trump negli Stati Uniti di Ennis giocava a fare Dio con l'AI. Mentre il Patriota organizzava balletti e stragi di dissidenti, ci siamo ritrovati circondati da conflitti e meme.

Eric Kripke ha ammesso che la sceneggiatura della quinta stagione era già completata prima delle elezioni, e che molte idee che allora sembravano estreme si sono poi sovrapposte a eventi reali, creando parallelismi che lo hanno allarmato. La satira aveva perso il vantaggio che la rende satira: la distanza.

Si vivesse solo di inizi, e non di stagioni

The Boys si è conclusa, e al netto di opinioni e gusti personali - tutti legittimi, tutti giusti - c'è un dato interessante da analizzare: non è che serie dopo serie ci siamo abituati a ragionare in stagioni e non in contenuti? È possibile che il contenitore diventi più importante del contenuto? Il viaggio dei Boys non è stato lineare, non è stato sempre coerente - due o tre stagioni, dicono in molti, potevano essere evitate e la conclusione essere il finale della seconda stagione, più o meno tre anni fa. Non sarebbe cambiato nulla. Ma è davvero così? Quante riflessioni, paragoni, domande, denunce, indignazione e commozione ci saremmo persi?

E quanti meme.

E poi diciamolo: per chi come noi di Bea Media Company si occupa di narrazione d'impresa, una serie che così tanto - quasi più del fumetto - ha fatto parlare di sè per la sua storia, la sua identità, il suo modo “sbilenco” di offrire la narrazione, la sua dimensione iperbolica e provocatoria, è un'occasione troppo ghiotta da perdere. Le domande che The Boys pone sul mio lavoro valgono tutti i cinque anni di attesa e tutta l'ossessione dedicata.

Una serie che pone anche l'accento sul ruolo delle imprese nel mondo, superando persino le riflessioni di Pasolini sulla società dei consumi. Amazon e la Vought International hanno riempito file di nuvolette piene di mumble mumble. La corporation che controlla i supereroi nella serie è costruita come critica esplicita al capitalismo delle piattaforme - alla logica dello spettacolo come strumento di consenso, al potere invisibile dei grandi monopoli tech. Il fatto che questa critica sia prodotta e distribuita da Amazon Prime Video non è un dettaglio secondario: è una delle tensioni più interessanti di tutta la serie, e uno degli esempi più eloquenti di come il marketing possa essere esso stesso parte del messaggio. I profili social dei Sette, le campagne di Vought costruite come veri spot pubblicitari: gli sceneggiatori hanno usato questi riferimenti per rendere il mondo dei Super più vicino al nostro, rendendo la satira politica più efficace. Pensate, Amazon ha criticato, in un suo prodotto, anche una delle sue serie di punta: l'americanissima Reacher, costruita su un eroe solitario, fisicamente inarrestabile, moralmente certo di sé. Un personaggio che incarna esattamente quello che The Boys ha sempre smontato: la forza come risposta, la giustizia come privilegio del più forte. Citare Reacher dentro The Boys è un gesto meta-narrativo preciso - quasi un cortocircuito consapevole tra due produzioni della stessa piattaforma che raccontano il mondo in modo diametralmente opposto. O forse complementare, a seconda di come lo si guarda.

Nessun meme per Stan Edgar, e questo dovrebbe bastare a farci comprendere il reale impatto della quinta e ultima stagione di The Boys. La Vought non è una compagnia di supereroi; è un'azienda farmaceutica, ci insegna il CEO. Ma la chiave della storia è tutta lì, in quello scambio tra Edgar e Billy Butcher: "Quindi è solo una questione di affari, eh?" "Quando, signor Butcher, nella storia è mai stato qualcosa di diverso?"

Si vivesse solo di inizi, canta Niccolò Fabi, altro splendido narratore. E invece c'è tutto il resto. E tutto il resto è, giorno dopo giorno, costruire. Meme dopo meme.