Quando il troppo stroppia! Pensieri sparsi sull’ultimo referendum e sul linguaggio politico contemporaneo

Ormai siamo abituati a vedere politici usare un linguaggio colloquiale (quasi da bar) all’interno di piattaforme che nulla hanno a che vedere con la politica. Ci siamo stancati?
Uno studio presentato all’Università Cattolica di Milano fotografa un fenomeno ormai evidente: quasi tre italiani su quattro (73,6 %) dichiarano di essere infastiditi dai toni da bar e dall’inciviltà nel linguaggio dei politici. Per oltre il 76 %, la qualità del dibattito pubblico è peggiorata, dominata dalla ricerca di effetti speciali, slogan urlati e semplificazioni estreme alle quali non corrisponde un reale approfondimento dei contenuti. La ricerca evidenzia che la comunicazione politica è spesso costruita per “spettacolarizzare” le posizioni, creare tifoserie e polarizzare le piazze. Il risultato? Un linguaggio che allontana anziché avvicinare i cittadini alle istituzioni.
Dietro a questa insofferenza non c’è solo fastidio per gli insulti, ma un problema più profondo di disaffezione politica. Negli ultimi vent’anni, la “partecipazione invisibile”, informarsi e discutere di politica è diminuita in modo costante. Meno della metà degli italiani si informa almeno una volta alla settimana. Quasi un terzo non lo fa mai. Questo quadro indica non tanto un astio verso la politica in quanto tale, quanto un rifiuto di come essa viene comunicata: messaggi urlati, logiche di schieramento permanente e informazione frammentata alimentano una percezione di politica come show più che come processo collettivo di decisione. E la colpa non è solo dei social network. Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini, già nel 2009, nel libro Politica Pop. Da Porta a Porta a L’isola dei famosi, avevano descritto con lucidità questa trasformazione: la politica ha adattato la propria comunicazione alle regole televisive e la tv, dal canto suo, ha capito fin da subito che la politica avrebbe potuto fare audience. E il confine tra informazione e intrattenimento si è fatto sempre più sottile.
Il referendum sulla giustizia: un banco di prova
Il referendum costituzionale sulla giustizia, tenutosi il 22 e 23 marzo 2026, è un caso emblematico di come la comunicazione politica, fatta in questo modo, possa rivelarsi più divisiva che informativa. La consultazione, concepita per confermare o respingere una riforma costituzionale del sistema giudiziario, ha visto una partecipazione significativa, quasi il 60 % dei votanti, con la vittoria dei contrari alla riforma, nonostante una campagna fortemente sostenuta dal governo. Il referendum, sulla carta una questione tecnica — la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e modifiche alla governance del Consiglio Superiore della Magistratura — è stato trasformato in uno scontro politico totale. Cosicché per molti italiani, il voto ha finito per essere una sfiducia politica nei confronti dell’esecutivo più che un giudizio sui contenuti specifici della riforma. Ma se i cittadini non sono entrati nel merito, è solo colpa loro?

Forse serve un mea culpa generale sui modi discutibili di veicolare il messaggio. Ecco alcuni esempi.
La canzone Per sempre sì di Sal Da Vinci, vincitrice di Sanremo 2026, è diventata l’inno della compagine favorevole alla riforma. Una scelta comunicativa potente sul piano simbolico, ma che ha ulteriormente spostato il dibattito sul piano emotivo e identitario. Ha fatto discutere anche la partecipazione della presidente del Consiglio al podcast “Pulp” di Fedez e Mr. Marra. Un'operazione che punta chiaramente a intercettare pubblici nuovi, ma che contribuisce a quella ibridazione tra politica e intrattenimento che rende sempre più difficile distinguere informazione, propaganda e spettacolo. Sui social, poi, la riforma è stata spesso “tradotta” in meme e metafore sportive: giudici come arbitri, pubblici ministeri come attaccanti, separazione delle carriere spiegata come uno schema da Champions League. Non è mancata neppure una forte personalizzazione del voto. In molti interventi pubblici il referendum è stato raccontato come un giudizio sul governo più che come una valutazione tecnica della riforma. “Sì al cambiamento” contro “No per fermarli”: frame semplici, identitari, mobilitanti. Ma il merito? Rimasto sullo sfondo. Anche il linguaggio ha contribuito alla polarizzazione: “battaglia”, “scontro”, “liberare la giustizia”, “difendere la magistratura”. Un lessico bellico che aumenta l’engagement ma irrigidisce le posizioni. Quando temi costituzionali complessi vengono compressi in grafiche da quindici secondi, l’algoritmo vince sulla comprensione.
Il punto non è stabilire se queste strategie siano legittime. Lo sono. Ma chiedersi se funzionino davvero nel rafforzare la consapevolezza democratica o se alimentino ulteriormente la percezione di una politica ridotta a performance. A questo punto, forse, l'insofferenza non è disimpegno. È una richiesta implicita di rispetto. Perché quando il troppo stroppia, il rischio non è solo la stanchezza. È la distanza.



