Qualche domanda per i Leader d’impresa

Chi guida imprese, organizzazioni e startup ha il delicato compito di pensare alla crescita della sua creatura. E la narrazione ha un ruolo da protagonista, talvolta scomodo e incalzante. Mi sono chiesto perché può valere la pena provarci, ancora, a invertire la rotta verso un futuro più autentico.
Viviamo in un’epoca liquida: tutto scorre, tutto si aggiorna, tutto si trasforma. E fin qui niente di nuovo sotto il sole se non che in questo fluire, le aziende hanno il compito — assimilabile a una chiamata — di trasformarsi in spazi che fissano un senso condiviso in questo magma definito da molti opinionisti, ed esperti di lavoro e società, come eterno “presentismo”. Il compito, la chiamata appunto, è non limitarsi a contenere lavoro e lavoratori bensì offrire esperienze, generare comunità e provare a rendere migliore un pezzo di mondo.
Intraprendere autenticità
Intendiamoci, questo è un auspicio che non sempre si trasforma in realtà. Lo vediamo tutti i giorni in Bea, dove accompagniamo le aziende a raccontarsi con gli strumenti delle media company giornalistiche e a posizionarsi come attori autorevoli e autentici. In queste ultime due parole, credo, si trovi molto della sfida che affrontiamo oggi: la comunicazione può ancora cambiare la cultura del nostro tempo? Può aiutare le imprese a trasformarsi in spazi di senso (vedi sopra)?
Uno spunto di confronto, emerso nel recente evento di Ethical HR 2026, organizzato da Team Different e a cui ho partecipato come speaker, nasce dalla proposta fatta ai leader industriali, siano essi CEO, Startupper, Imprenditori o Manager a concepire la loro azienda come un luogo, un tessuto di relazioni dove si producono beni e servizi, e si coltivano talenti. Persone che aiuteranno l’azienda stessa a continuare il suo compito di società nata come impresa, cioè soggetto che “intraprende” e crea qualcosa che prima non c’era, porta benessere ai suoi collaboratori, ai clienti e, auspicabilmente, alla Società, o almeno a una parte di essa.
Purpose-washing e la verità delle storie
In questa spinta ideale c’è un pericolo ben noto: il purpose-washing — racconti grandi quanto vuoti, pieni di slides e deserti di esperienze reali ed emulabili. Vale la pena qui fare una breve digressione che ci aiuterà per il finale, ossia la distinzione tra due parole che spesso vengono confuse: ottimismo e speranza.
L’ottimismo, nell’uso aziendale, tende a rassicurare: “andrà tutto bene”, “siamo sostenibili”. La speranza, invece, è una pratica di responsabilità: riconosce l’incoerenza, il cammino incompleto, e invita comunque ad agire perché esiste qualcosa per cui “vale la pena provarci ancora”. In questo contesto la narrazione d’impresa e i sui leader hanno un compito cruciale per accelerare una cultura etica diffusa che sceglie la speranza, ovvero raccontare per riconoscersi piuttosto che per convincere. Uno spazio di racconto dove le storie vere vengono accettate come tali
perché qualcuno, leggendo o ascoltando, si rispecchia e decide quindi di replicare, per aspirazione.

Parlare meno, ascoltare di più: il principio operativo
E quindi un leader che cosa ha a disposizione per raccontarsi in maniera autentica? L’elefante nella stanza: l’ascolto. Ascoltare in questo caso significa vedere, comprendere che le persone desiderano essere riconosciute. Ascoltare le loro domande per dargli un luogo di accoglienza e di stimolo, talvolta brusco ma orientato alla crescita di quel talento.
Parafrasando Giovannino Guareschi, il leader ha il delicato compito di custodire il seme — il talento, dunque — e curarne la crescita, il germogliare delle sue capacità. Non tutti i semi diventeranno baobab o sequoie, alcune saranno margherite, e va bene così. La responsabilità del leader è “solo” quella di creare le condizioni affinché il seme trovi terreno fertile.
E siccome il leader ha a disposizione l’ascolto come grande arma di costruzione di massa, non c’è cosa migliore che concludere con alcune domande che siano da ulteriore stimolo nel suo complesso compito di guida intraprendente:


