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Never play to the gallery: la second screen theory

10.09.2026

Perché sempre più film e serie sembrano scritti per essere seguiti a metà, con un occhio allo schermo e uno al telefono? Una riflessione ampia sulla second screen theory, sui prodotti culturali, sulla società e sull’AI, con una sola, grande domanda: quando l'attenzione del pubblico diventa merce, chi ha ancora il coraggio di non rincorrerla?

Qualche tempo fa stavo guardando un film sul divano con mio fratello. Uno di quei film che difficilmente mi ritroverei spontaneamente a guardare e che finisce per incuriosire proprio perché diverso dal solito. Tuttavia, ogni tot sento pezzi di audio di meme che arrivano dalla mia destra e mi rendo conto che mio fratello ha preso di nuovo il cellulare in mano, che sta scrivendo un messaggio e so che: 

dopo il messaggio vedrà due reel e chiuderà il telefono per poi riprenderlo appena l’altra persona risponderà, in un loop continuo in cui si torna indietro di 10 secondi nel film a ritmo di messaggi inviati;

non si fermerà ai due reel, ma continuerà a stare su Instagram fino a che non bloccherà il film e a una certa dirà “ho sonno, vado a dormire” e io non finirò mai di vedere quel film che avevo appena iniziato a voler guardare fino alla fine.

Ovviamente questo non accade solo quando guardo un film o una serie tv con qualcuno, perché quel qualcuno, in fondo, sono anche io. 

Quante volte mi è capitato di interrompere qualcosa perché una notifica mi aveva distratta, di aprire il telefono e perdermi a "zombie scrollare" così a lungo che poi era troppo tardi per fare qualsiasi altra cosa, incluso finire il film o la serie tv che avevo iniziato. 

Quanti minuti ho perso nel tornare indietro perché mentre andavano i reel, il film scorreva in sottofondo e quindi era necessario tornare indietro a recuperare i pezzi. 

E quante volte invece il film è andato in automatico, di sfondo, perchè sentivo i dialoghi, ma semplicemente non guardavo le scene perchè il mio sguardo era rivolto al display del mio telefono, dandomi l’illusione, comunque, di essere riuscita a fare due cose contemporaneamente, divisa tra due media, e che, sotto sotto, avevo capito tutto, non mi ero persa niente. 

E sono certa che succeda anche anche a voi.

Bene, questo, signore e signori, è il multitasking attentivo che spezza la concentrazione e che è alla base della second screen theory, ovvero l'abitudine e la tendenza a usare un secondo dispositivo (di solito smartphone o tablet) mentre si guarda un contenuto su uno schermo principale.

Netflix & Co.: adattarsi per sopravvivenza

Chiariamoci, non voglio dare un giudizio negativo alla pratica. Provo solo, nei limiti delle mie competenze, a condividere una riflessione sociologica.

L’uso di un secondo schermo nasce come qualcosa di collettivo. Pensiamo alla tv interattiva del Festival di Sanremo, dove questo "multitasking" genera un'ondata di interazioni e permette di commentare insieme, in tempo reale, la stessa esibizione o il Fanta Sanremo. O, più semplicemente, a quelle volte che cerchiamo la filmografia di un attore mentre guardiamo un suo film perché “quel tipo io l’ho già visto da qualche parte”. In entrambi i casi il secondo schermo arricchisce quello che stiamo guardando, non lo sostituisce.

Con il progredire dello streaming di questi anni, però, qualcosa è cambiato. Da soli, nelle nostre case, davanti a un catalogo enorme, il secondo schermo smette spesso di essere una conversazione condivisa e diventa una fuga solitaria: non più interazione, ma sottrazione. Un modo per evadere, per staccare la spina da un’attività che richiede comunque focus alla nostra mente per almeno 45 minuti. Ed è proprio su questo terreno che si muovono Netflix, Prime, Disney+, ecc.: piattaforme che, con Netflix in testa, sono diventate anche tra i principali produttori di cinema.

Questa fuga, casuale e poco impegnata, tiene infatti conto di un dato di fatto: la nostra attenzione è bassa, intermittente, sempre a rischio di essere rapita da qualcos'altro. Per questo le case di produzione e l’ecosistema audiovisivo hanno smesso in larga parte di combattere una battaglia persa in partenza e hanno iniziato ad adattarsi, potendo contare anche sui dati delle nostre abitudini di visione. Un esempio è la funzione casual viewing di Netflix, che suggerisce dei film su base algoritmica solo perché facciano da sottofondo, e lo si nota chiaramente anche nei dialoghi di gran parte dei film e delle serie in tendenza su tutte le piattaforme, scritti ormai per chi non riesce a restare concentrato.

Pesci rossi e musica da sottofondo

Si dice che un pesce rosso abbia una soglia d'attenzione di circa nove secondi e guardando certi prodotti in tendenza viene il sospetto che lo spettatore medio in streaming non ci vada troppo lontano. Mentre nuotiamo nel nostro acquario il silenzio spesso diventa assordante e abbiamo bisogno di qualcosa che lo riempia.

Justine Bateman, in un articolo del 2023 all’Hollywood Reporter, prende in prestito un'espressione degli anni Trenta e parla di visual muzak, cioè un prodotto pensato apposta per gli ambienti di passaggio (ascensori, corridoi dei centri commerciali, sale d'attesa). Una colonna sonora che resta sotto la soglia dell'ascolto consapevole, buona solo a riempire gli spazi. 

Nello stesso articolo racconta che più di una volta ha sentito gli showrunner dire che i contenuti e gli script non fossero abbastanza second screen, avendo paura quest’ultimi che lo spettatore si distraesse dal vero schermo principale, cioè il cellulare; che alzasse lo sguardo, confuso su cosa si fosse perso e chiudesse il film/la serie tv perchè ormai aveva perso troppe scene. 

Infatti, nella moderna scelta di appiattire i dialoghi ci sono, in sostanza, due esigenze: da un lato offrire continuamente a chi non sta guardando un piccolo riepilogo di cosa sta succedendo; dall'altro, dire a voce quello che i personaggi provano, così da non dover obbligare qualcuno ad alzare lo sguardo per leggerlo sul loro volto.

Lo stesso meccanismo emerge, con toni quasi identici, da quanto raccontato da Matt Damon e Ben Affleck quando sono stati ospiti al podcast di Joe Rogan per presentare The Rip - Soldi sporchi, il loro film uscito su Netflix a gennaio 2026. Damon ha spiegato che lo schema classico prevede di riservare il grosso del budget agli effetti speciali del terzo atto, il gran finale, mentre oggi viene chiesto di anticipare tutto nei primi minuti, per agganciare subito lo spettatore. E ha aggiunto che ripetere la trama tre o quattro volte nei dialoghi non è più considerato un difetto di scrittura, ma quasi una necessità: il pubblico ormai segue il film con il telefono in mano. 

Non è un caso isolato, né limitato al mondo del cinema. La neuroscienziata Maryanne Wolf spiega ad esempio che il cervello umano, non essendo "programmato" per leggere fin dalla nascita - la lettura è un'invenzione culturale - si adatta al mezzo che utilizza di volta in volta.

L'uso continuo dello smartphone, o anche solo la sua presenza mentre guardiamo o leggiamo qualcosa, ci sta facendo perdere la pazienza cognitiva necessaria per la lettura profonda, fatta di immersione, empatia, decodifica complessa, sostituendola con uno skimming, una lettura a salti, alla ricerca della gratificazione veloce tipica dei social.

Sceneggiature e AI

Se il second screen abbassa la soglia di attenzione che i contenuti possono permettersi di richiedere, l'intelligenza artificiale rischia di abbassarne anche il costo di produzione,  rendendo ancora più conveniente sfornare in serie contenuti pensati per essere solo ascoltati, non guardati, come se fossero lunghissimi podcast.

Le sceneggiature spesso prevedono un passaggio con la GenAI - anche se normato nell’accordo ratificato nell’ottobre 2023 tra Hollywood e WGA -, la quale pesca a piene mani dal passato, adattandolo, riscrivendolo, piegando la creatività alla legge del profitto, come le grandi multinazionali vogliono. Già prima degli scioperi visti nel 2023, Bateman avvertiva che l’AI sarebbe servita a riproporre il passato in modo più economico. E francamente, questa cosa si è vista largamente - ne ho parlato anche in un altro articolo qui su Cipolla - tra sequel, reboot e remake. 

Forse, semplicemente, ci siamo abituati negli anni della quality television, quando serie come Breaking Bad, Orange is the New Black o Black Mirror avevano finalmente conquistato alla televisione la stessa dignità creativa del cinema. Ci siamo dimenticati che quelle logiche più commerciali non sono mai sparite davvero: erano solo nascoste meglio. Pensavamo ingenuamente che ciò che era nato come indipendente non venisse assuefatto alle regole del mercato, del mainstream, ma sono le stesse tecniche che soap opera, sitcom e reality usano da decenni, oggi riproposte con budget da cinema e una patina più sofisticata. 

Never play to the gallery
Tornando a quella sera sul divano con mio fratello, la domanda che mi sono posta non è se lui avrebbe dovuto mettere via il telefono - quella è una battaglia persa, lo sappiamo tutti - ma se il film che stavamo guardando fosse stato scritto per essere davvero visto o solo per essere sopportato in sottofondo.  

Netflix, in questo senso, è solo l'esempio più visibile: la piattaforma che per prima ha reso sistemico e algoritmico un adattamento che oggi altri produttori, dagli studios alle reti tradizionali, stanno replicando a loro volta contenuti pensati non per essere guardati, ma per essere ascoltati mentre si fa altro. Dialoghi ridotti all'osso, trame ripetute tre o quattro volte, effetti speciali spostati in apertura invece che nel finale: sono tutte risposte alla stessa domanda, cioè come tenere agganciato uno spettatore che ha già deciso in partenza di non guardare fino in fondo. Ed è una domanda a cui, sempre più spesso, l'industria audiovisiva nel suo complesso sta rispondendo abbassando l'asticella, invece di alzarla.

Ecco perché mi convince poco l'idea di rincorrere il pubblico distratto, assecondandolo.

Per tirare le fila di questo discorso, tornano alla mente le parole di David Bowie: never play to the gallery. Non ha senso scrivere, girare o narrare unicamente per compiacere la platea più vasta possibile, né ha senso creare contenuti mirati al consenso istantaneo.

Cedere al compromesso di una soglia di attenzione sempre più labile, inseguendo trend che tramontano nel giro di pochi mesi, significa tradire il senso stesso del raccontare.

È una prospettiva radicalmente opposta al lavoro che portiamo avanti ogni giorno in Bea: una narrazione strategica pensata non per rincorrere il pubblico più distratto, ma per meritarsi la fedeltà di quello più attento nel tempo. Forse non sarà la scelta più redditizia nell'immediato, ma rappresenta l'unica strada per evitare, tra qualche anno, di produrre storie che nessuno ascolterà più davvero.