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Pensieri e parole: la filosofia del linguaggio al tempo dei social

04.06.2026

Irene Lo Faro, ricercatrice e divulgatrice in filosofia del linguaggio, racconta perché studiare il linguaggio oggi significa interrogarsi sull'umano. Tra semplificazione digitale e nuove tecnologie, una conversazione su ciò che rischiamo di perdere e su come ritrovarlo.

C'è una domanda che attraversa tutta la storia della filosofia, anzi ne è fondante, eppure continua a sembrare nuova ogni volta che qualcuno la pone con ingenuità: che cos'è l'essere umano? Irene Lo Faro, ricercatrice, docente in filosofia del linguaggio all'Università di Bamberg e divulgatrice su Instagram con il profilo @aka_spritz che conta più di 40000 followers, ha trovato in questa domanda la ragione del suo percorso accademico.

«Secondo me la filosofia del linguaggio è la materia più umana di tutte», spiega, «perché mette insieme la filosofia, che è la disciplina che si interroga sull'uomo, e il linguaggio, che è ciò che distingue l'uomo dagli altri animali». Il riferimento è ad Aristotele, all'idea dell'essere umano come zoon logon echon, l'animale dotato di logos - ragione e parola insieme. Ma Lo Faro non si ferma alla citazione classica: per lei studiare il linguaggio significa soprattutto «allenarsi alla meraviglia», imparare a decostruire ciò che usiamo ogni giorno senza pensarci. 

E allora i temi affrontati in questa intervista - il rapporto tra linguaggio e pensiero, l'impatto dell'AI sulla comunicazione, il valore delle competenze umanistiche - sono anche al centro del lavoro di Bea Media Company, che attraverso la narrazione strategica aiuta le organizzazioni a costruire identità e posizionamento in un contesto mediatico in trasformazione, come in trasformazione sono i linguaggi che lo conformano.

Che cos'è la filosofia del linguaggio e perché è attuale

La filosofia del linguaggio, nella definizione di Irene, è «lo studio del linguaggio naturale», quello che parliamo quotidianamente. La disciplina è relativamente giovane: nasce tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, quando alcuni filosofi - Frege, Russell - iniziano a considerare i problemi filosofici come problemi essenzialmente linguistici. L'intuizione di partenza è che il linguaggio ordinario, pieno di ambiguità, non aiuti a trattare correttamente le grandi questioni del pensiero.

Il passaggio decisivo avviene intorno agli anni Cinquanta, con Wittgenstein e soprattutto con Austin, quando emerge una nuova corrente: la filosofia sociale del linguaggio. «Austin ha detto: ma chi se ne frega quando una cosa è vera o falsa. Cerchiamo di capire in che modo funzionano, cosa fanno le parole», racconta Lo Faro. L'attenzione si sposta dall'analisi logica degli enunciati all'uso concreto del linguaggio nella vita sociale: domande, ordini, promesse - atti linguistici che non sono né veri né falsi, ma che producono effetti nel mondo.

Il linguaggio dei social: popolarizzazione e rischio di appiattimento

Quando si tratta di analizzare il linguaggio contemporaneo, Ireno Lo Faro introduce un concetto che prende in prestito dal tedesco: volkstümlich, traducibile come "popolarizzato", "vicino alla gente". I social media hanno abbattuto la distanza tra chi produce contenuti e chi li riceve, generando un cambio di registro generalizzato. «Anche le istituzioni, i politici, le aziende hanno perso quella distanza, quel distacco che avevano un tempo. C'è questa corsa all'autenticità».

La popolarizzazione non è necessariamente un problema: permette di raggiungere più persone. Ma porta con sé un rischio. «La semplificazione, quando diventa appiattimento, è preoccupante», osserva Lo Faro. Secondo lei, stiamo perdendo «la pazienza per la complessità»: vogliamo tutto subito, tutto chiaro, tutto in pochi secondi. «Non c'è più tempo per pensare. E questo si riflette anche nel linguaggio».

Divulgare senza perdere rigore: una scelta ponderata

La decisione di portare la filosofia del linguaggio sui social non è stata immediata. Irene racconta di aver riflettuto a lungo, trattenuta dal timore di compromettere la propria credibilità accademica. «La mia paura era che andando sui social io perdessi credibilità dal lato accademico», ammette. Eppure la spinta a divulgare era forte, nata dalla constatazione che «spesso i professori tendono a stare nelle loro torri d'avorio e si leggono tra di loro i propri paper». Studiando temi con una rilevanza pratica evidente - come ad esempio  il rapporto tra linguaggio e violenza - sentiva l'esigenza di raggiungere un pubblico più ampio.

La soluzione, allora, risiede nel metodo. Lo Faro tratta ogni contenuto con un rigore tale che possa essere approvato dai colleghi. «Se faccio divulgazione devo tenere queste cose distanti dalla mia opinione personale. Nel momento in cui ti spiego un fenomeno, io devo essere solo un mezzo attraverso cui ti arriva il contenuto». E soprattutto: citare sempre le fonti. «Sotto i miei video c'è sempre la bibliografia. Non sono io che ti sto dicendo questa cosa e basta: ecco i paper, ecco i libri. Sei anche libero di confutarli. Insisto sulla responsabilità di chi ascolta: chiedere le fonti, verificare, mantenere uno sguardo critico. Anche un divulgatore competente può sbagliare, o basarsi su studi che altri studi confutano. Per questo la qualità non coincide con l’autorità indiscussa, ma con la disponibilità a rendere controllabile ciò che si afferma».

Qualità e tempo: perché meno può essere di più

Esiste anche una tensione strutturale tra qualità e visibilità. Irene ne è consapevole: «Fare le cose bene richiede tempo. E fare il video che richiede tempo vuol dire che io non ne pubblico uno al giorno, che sarò meno virale, che avrò meno visibilità».

Ma c'è una fiducia di fondo che guida il suo approccio: «Le persone, non gli algoritmi (aldilà del passaggio dalla logica SEO a quella GEO) riconoscono i contenuti di qualità. Se dai alle persone credibilità, se dici "guarda che tu ci arrivi, adesso ti spiego una cosa difficile ma tu ci arrivi", le persone ci arrivano».

Lo Faro racconta di aver pensato anche a formati “più lenti", come Youtube e Substack, ma riconosce che canali di questo tipo richiedono una regolarità difficile da sostenere. «Io voglio creare contenuti quando ce li ho, quando sento l’urgenza di dirlo, quando ho un'idea», dice. Non per riempire uno spazio editoriale, ma quando un tema, un’intuizione o una lettura rendono necessario prendere parola. E poi comunque, «secondo me tutto dipende dalla persona, da chi fa il contenuto. È possibile avere fregnacce su YouTube come è possibile avere contenuti di alta qualità su TikTok».

Chi parla male pensa male: il linguaggio come arcolaio del pensiero

«Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza», diceva il filosofo del linguaggio Searle e, più prosaicamente, Nanni Moretti in una celebre scena del film “Palombella rossa” ("Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!").  Il pensiero, prima di essere articolato, è una matassa confusa. «Il linguaggio è un po' l'arcolaio», spiega. «Da questa matassa riesce a tendere il filo del pensiero, un pensiero che ha un capo, una coda, un inizio, una fine, che segue un'argomentazione che sta in piedi».

È un'esperienza comune: «Quante volte abbiamo un'idea che nella nostra testa sembra geniale, poi la raccontiamo e scopriamo che non era niente?». Più parole si possiedono, più si conosce come esprimersi, meglio definito sarà quel filo. «E con questo filo noi possiamo farci qualcosa».

Il problema dell'intelligenza artificiale: linguaggio senza pensiero

È su questo punto che l'impatto dell'intelligenza artificiale generativa diventa problematico. I grandi modelli linguistici - ChatGPT, Gemini, Claude - producono testi formalmente corretti, ma secondo Lo Faro «quel testo perde la connessione con il pensiero». Il motivo è strutturale: «L'intelligenza artificiale produce, mette insieme token, numeri equivalenti a parole, senza intenzione, senza comprensione».

La differenza è sostanziale. Quando leggiamo un testo scritto da un essere umano, sappiamo che è il prodotto di un'azione razionale, di un'intenzione comunicativa. «Come diceva Lacan, il linguaggio, prima di significare qualcosa per sé, significa per qualcuno», osserva Lo Faro. Questo si perde completamente con l'AI.

Il rischio, secondo lei, è l'abitudine. «Continuando a chattare con questi sistemi, come se fossero persone dall'altra parte, imparo a parlare con vuotezza. È questo il grande problema».

Il ritorno dell'umanesimo nell'era della tecnica

Di fronte a questa trasformazione, Lo Faro non ha dubbi: le competenze umanistiche stanno tornando centrali. «Il World Economic Forum stima che entro il 2030 le competenze più richieste e più difficilmente sostituibili dall'AI saranno il pensiero critico, il pensiero creativo, l'adattabilità, l'etica. Tutte cose che studia chi fa materie umanistiche».

Il punto è che l'essere umano «non è task-based», non è un insieme di compiti da eseguire come una macchina. «Capire quel "di più" è essenzialmente il lavoro delle materie umanistiche. Ed è particolarmente necessario adesso, in un'epoca in cui abbiamo macchine che ci mettono in crisi perché mai prima d'oggi qualcos'altro oltre all'uomo era stato in grado di produrre linguaggio».

La crisi, in fondo, è un'opportunità: per riscoprire che cosa significhi essere umani, per ritrovare quel senso che la tecnica, da sola, non può offrire. In un mondo che accelera e semplifica, fermarsi a pensare - e a pensare bene - è diventato un atto quasi rivoluzionario. E in questo, sarà forse proprio la filosofia, la disciplina umana per eccellenza, a salvarci.

Nota biografica

Irene Lo Faro è ricercatrice in filosofia del linguaggio all'Università di Bamberg e divulgatrice su Instagram (@aka_spritz), dove esplora i meccanismi del linguaggio con rigore accademico e linguaggio accessibile.