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Kayfabe è morta, lunga vita al racconto vero

Steve Taylor / Gannett News Service 1999
29.07.2025

In un’epoca dove realtà e finzione si confondono, il crollo del kayfabe – la finzione credibile del wrestling – diventa metafora di una comunicazione che ha perso autenticità. Ma una reazione è in atto: torna il bisogno di narrazioni vere, imperfette, ma capaci di lasciare il segno.

Nel wrestling esiste un termine bellissimo: kayfabe. Sta per "finzione credibile", quella sorta di patto non scritto tra pubblico e lottatori che permette allo show di funzionare: io fingo che sia tutto vero, tu fingi di crederci, e nel mezzo ci divertiamo insieme. Ma se uno dei due smette di fingere, il gioco si rompe. Muore la magia.

Hulk Hogan era il re del kayfabe. Il supereroe biondo ossigenato con la bandana, le magliette strappate a mano e lo slogan scolpito nella memoria collettiva: "Say your prayers and eat your vitamins." Era enorme, surreale, larger than life. E anche quando invecchiava, ingrassava, diceva cose indicibili, continuava a interpretare sé stesso. Un personaggio diventato persona. O viceversa.

La sua morte, nei giorni scorsi, è arrivata come un segnale pop di qualcosa che già da tempo accade: la linea tra verità e finzione è sempre più porosa. E non solo sul ring.

Donald Trump, non a caso, è stato inserito nella Hall of Fame della WWE. La sua retorica, i suoi comizi, perfino il suo modo di muoversi e di guardare la telecamera devono molto più al wrestling che alla politica tradizionale. Lì, sul ring, il pubblico fischia o acclama, non si informa. Lì, come nel trumpismo, non conta che sia vero. Conta che funzioni.

Un po' come diceva Mike Judge in Idiocracy: "I like money." Basta quello, ripetuto abbastanza volte, e la presidenza è tua.

Tutto questo lo avevamo già visto profetizzato nel 2006 in quel film demenziale e lucidissimo: una società in cui tutto è brandizzato, gridato, intrattenuto. Dove il presidente è un ex campione di wrestling, e ogni frase è un meme. Dove i dottori usano touchscreen pubblicitari e l'acqua è stata sostituita da un energy drink perché "ha gli elettroliti".

Eppure, in questo panorama saturo di finzione e algoritmi, qualcosa si muove. Sottotraccia, ma si muove.

Nel mercato europeo, sempre più spesso, si nota un desiderio di ritorno alla verità. Non la verità assoluta, ma quella dei dettagli, delle storie raccontate con cura, dei silenzi che valgono quanto le parole. Una comunicazione che si prende il tempo di osservare prima di dire. Che non semplifica, ma accompagna.

Chiamatela comunicazione lenta, narrativa, onesta. Chiamatela, se volete, reazione culturale.

Perché anche il pubblico più stanco di tutto cerca ancora qualcosa che assomigli al senso. Una narrazione che non lo blandisca, ma lo rispetti. Che non corra dietro all’engagement, ma costruisca fiducia. Che non abbia paura della complessità, perché sa che le cose importanti sono sempre più difficili da raccontare.

Qui entra in gioco la responsabilità di chi fa comunicazione. Le agenzie, i brand, i media: oggi non si limitano più a trasmettere messaggi, ma modellano l’immaginario collettivo. E questo comporta una scelta.

Si può continuare a rincorrere l’algoritmo, a costruire contenuti che funzionano ma non dicono. Oppure si può accettare il rischio del racconto vero, con tutte le sue imperfezioni.

Come diceva Orwell: "In tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario."

Le aziende possono ancora scegliere.

Possono continuare a gridare slogan sul ring, come wrestler in declino. O possono tornare a raccontare storie vere, umane, imperfette. Quelle che non fanno sempre notizia, ma lasciano il segno.

Il kayfabe sta crollando ovunque. Ma fuori dal ring la verità è ancora una leva potente. Se raccontata bene.