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La tuta di Maduro e il potere dell’immagine

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30.01.2026

Come un dettaglio visivo ha trasformato un evento geopolitico in un fenomeno pop e di consumo.

È la notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso, la luce è ancora lontana da sorgere su Caracas e in un’operazione militare che risulterà storica per modalità, impatto e conseguenze geopolitiche, le forze speciali e le unità d’élite delle forze armate statunitensi - tra cui unità della Delta Force, operatori della CIA e componenti delle United States Armed Forces - vengono catturati Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores. I due vengono presi in custodia e trasferiti negli USA dove compariranno davanti a un giudice federale per rispondere a delle accuse legate a presunto narcotraffico e ad altre attività criminali. 

C’è un’immagine che è emblematica in questa storia, non solo perché simbolo dell’esercizio del potere statunitense su un leader straniero quanto per una serie di implicazioni laterali che non avremmo preso in considerazione nelle prime ore. Nicolás Maduro è sulla nave militare USS Iwo Jima che lo sta portando in America, ha gli occhi coperti da enormi occhiali che gli impediscono di vedere intorno a sé ed indossa una tuta sportiva grigia Nike Tech Fleece. Sembra un dettaglio laterale ma non lo è. L’immagine di Maduro ammanettato viene condivisa dal presidente statunitense Donald Trump sul suo social Truth, in pochissimo tempo diventa uno dei contenuti più condivisi sui social in quel momento. In poche ore, le query per il modello di tuta indossato dall’ex Presidente venezuelano aumentano in modo significativo e numerosi rivenditori online segnalano l’esaurimento di alcune delle taglie più richieste.

Anche se non abbiamo dati affidabili sui paesi in cui la tuta ha avuto più vendite sappiamo, grazie a Il Corriere, che su Google Trends picchi anomali di ricerche associate a query come «nike maduro», «nicolas maduro», «nicolas maduro nike tech», «venezuela president nike tech» e «venezuela president» hanno presentato variazioni importanti in paesi come Cile, Albania, Giamaica, Francia e Stati Uniti. Stranamente non compare il Venezuela.

Se tutto questo ci pare assurdo, passano poche ore e compare una seconda foto di Maduro. Ciabatte di plastica e indoosso una felpa di un colore che vira all'azzurro mentre è circondato da agenti della DEA. Sono stati probabilmente proprio questi ultimi a fargliela indossare, non abbiamo notizie certe su questo punto. La felpa è prodotta dall’azienda Origin, un marchio con sede nel Maine che senza riferimenti diretti al mondo MAGA e nonostante il suo dichiararsi non schierata politicamente spinge molto su concetti legati alla qualità made in USA contro la scarsezza degli indumenti prodotti all’estero. 

Origin ha nella sua comunicazione tutto ciò che affascina il mondo vicino al Presidente Trump: fondata da un ex navy seal, con soci che come lui hanno fatto parte dei corpi speciali statunitensi, sembra sintetizzare in maniera plastica alcuni dei topos cari alla retorica trumpiana. In un video e in una serie di post Instagram, il fondatore di Origin Pete Roberts e le pagine social del marchio raccontano come non sia dato sapere come il capo sia finito addosso a Maduro ma che rappresenti perfettamente "il tessuto della libertà in terra americana". Sarà un caso che il capo, prodotto dal marchio amato da appassionati di MMA e abbigliamento sportivo, si chiami “Patriot Blue”. Anche questo è già quasi sold out nonostante le spedizioni partiranno soltanto dalla prossima primavera.

Le due immagini rappresentano un cortocircuito singolare in cui la geopolitica, tradizionalmente dominio dei fatti e delle parole, viene riscritta dalla forza visiva di un capo di abbigliamento; il significato nasce dai dettagli di queste immagini, quasi più che dal contenuto politico stesso. Questa inversione di senso, dove passiamo rapidamente dai fatti alla forma, non è un errore di comunicazione, ma un fenomeno culturale che vale la pena analizzare con attenzione.

Una storia dell’abito come simbolo

Per comprendere quanto sia forte il ribaltamento di senso di questa storia, è utile guardare allo storico del rapporto tra abbigliamento e potere. Nel Novecento alcuni leader politici erano soliti usare l’abito come parte integrante del messaggio politico: scelto, coerente e ripetuto nel tempo. Il khadi di Mahatma Gandhi era simbolo del rifiuto dell’industria coloniale; l’uniforme di Mao Zedong sintetizzava l’idea di livellamento sociale portato avanti dalla sua politica; la divisa di Fidel Castro (e successivamente la sua collezione di tute) rappresentava una rivoluzione permanente (e successivamente la vita comoda della post rivoluzione). Nelson Mandela stesso fece dell’abbigliamento uno strumento politico consapevole, capace di ridefinire visivamente l’idea stessa della sua leadership.

Mandela, in particolare, contribuì a trasformare un capo apparentemente semplice - una camicia dai colori vivaci e dal taglio rilassato - nel simbolo riconoscibile della sua leadership e della transizione post-apartheid. Queste camicie, divenute in seguito note come Madiba shirts, vennero adottate dal leader sudafricano e percepite come espressione di autenticità e vicinanza alla popolazione. Rompendo la rigidità degli abiti formali tradizionali, introdussero un nuovo codice visivo impregnato di dignità e senso libertà. In questo senso, l’abito non è solo estetica, ma parte attiva della costruzione del significato politico e culturale.

Ma non tutte le connessioni tra abbigliamento e politica sono sempre frutto di una strategia consapevole. In contesti di conflitto o rivolte, come durante la Primavera Araba o le insurrezioni nordafricane, abbiamo visto Spesso immagini di manifestanti o miliziani indossanti maglie da calcio o capi casual come segni visivi di appartenenza collettiva non istituzionale. In questi casi l’abbigliamento non porta un messaggio ideologico esplicito, diventa piuttosto linguaggio di riconoscibilità in situazioni di assenza di simboli politici tradizionali.

Il fenomeno pop, o dell’abito come manifesto

Parallelamente, nella cultura pop l’abbigliamento ha spesso incarnato messaggi forti, che fossero intenzionali o performativi. La Meat Dress di Lady Gaga agli MTV Video Music Awards del 2010 è un esempio di abito che non comunica moda, ma una vera e propria provocazione culturale. Durante un'intervista all'Ellen DeGeneres Show dello stesso anno, Gaga dirà: «Se non ci battiamo per ciò in cui crediamo, se non lottiamo per i nostri diritti, presto avremo tanti diritti quanta la carne sulle nostre ossa. E io non sono un pezzo di carne». Ecco ciò che voleva rappresentare con quell’abito così provocatorio.

Tempo prima era stata Geri Halliwell delle Spice Girls a mostrarsi con il suo Union Jack dress ai Brit Awards del 1997. Un simbolo del Girl Power anni Novanta e della storia unica della cool Britannia. Ma i fenomeni pop hanno anche generato senso di comunità, come nel caso del patchwork cardigan di Harry Styles, spesso ripreso, reinterpretato e trasformato in fenomeno tramite piattaforme come TikTok dai suoi fan. Questi casi mostrano una dimensione dell’abbigliamento dove il significato è cercato, costruito e amplificato attraverso la visibilità.

A cavallo tra pop e politica possiamo collocare il revenge dress della Principessa Diana, uno dei casi più esemplari di ribaltamento simbolico consapevole attraverso l’abbigliamento. Indossato nel 1994, la stessa sera della confessione pubblica del Principe Carlo dove ammetteva pubblicamente, in un'intervista accordata a Jonathan Dimbleby sulla televisione pubblica, l’infedeltà nei confronti della moglie e la sua relazione con Camilla Parker-Bowles, che durava dal 1986. Diana partecipava in quegli istanti a un evento organizzato da Vanity Fair alle Serpentine Galleries, un abito nero rompe deliberatamente il protocollo reale e sposta il controllo della narrazione mediatica. Diana non risponde all’uscita di Carlo con delle dichiarazioni, lo fa piuttosto con un’immagine che diventa immediatamente dominante. Non è shock né consumo, ma una presa di posizione visiva, capace di trasformare una condizione subita in affermazione di autonomia, presenza e dignità.

Visibilità e consumo: il nostro caso Maduro prima del caso Maduro

Nel mondo contemporaneo spesso la visibilità e il consumo tendono a coincidere. Non serve che un evento sia ideologico o politico per diventare fenomeno di mercato. Anche episodi nati da dinamiche personali, di crisi o di reputazione possono generare un impatto simbolico e commerciale immediato. Il tempo che viviamo sembra trasformare ciò che è visibile e condivisibile in un oggetto di desiderio istantaneo.

In questo senso il video di scuse di Chiara Ferragni in relazione al cosiddetto Pandoro Gate è emblematico. Dopo le polemiche e la multa dell’Antitrust per pratiche commerciali scorrette legate alla promozione di prodotti natalizi, la Ferragni pubblica un video in cui appare più sobria e dimessa rispetto alla sua immagine quotidiana. In quel contesto sceglie di indossare una tuta grigia - un capo sobrio pensato e scelto per trasmettere umiltà e vicinanza alle persone - ribattezzata “la tuta del pentimento”. Per un corto circuito proprio di questa epoca, anche quell’ oggetto diventa talmente desiderato da andare sold out nonostante il costo proibitivo (600 euro circa). Un esempio ulteriore di come la cultura mediatica possa trasformare anche la normalità in consumo simbolico. È il nostro caso Maduro prima del caso Maduro.

Dal potere dell’immagine, all’immagine del potere

In questo quadro il caso della tuta di Maduro si situa a un incrocio inedito tra politica, fenomeno pop e consumo. La tuta Nike Tech Fleece non è un manifesto politico in senso stretto quanto, piuttosto, un gesto e simbolo subito. Un semplice oggetto quotidiano che acquista significato per effetto del contesto e della lettura collettiva di quell’immagine. La tuta e la felpa indossate da Maduro, pur senza una conferma concreta, rappresentano il simbolo di un mondo valoriale, quello statunitense, che sovrasta il socialismo post chavista di Maduro. Non sappiamo se sia una scelta voluta da parte dell’amministrazione Trump, né tanto meno Nike si è espressa a riguardo, limitandosi a sfruttare commercialmente l’accaduto, ma è innegabile che quel capo porti con sé tutta una serie di significati sottostanti difficili da ignorare.

Come sottolinea il New York Times, quel capo d’abbigliamento è riuscito a divenire centrale nella percezione pubblica dell’evento, quasi più del contenuto politico stesso. La cattura di un leader politico non si manifesta più in maniera diretta attraverso segni legati a concetti come l’autorità e la drammaticità ma attraverso capi di uso comune. Tra meme generati e vendite istantanee, l’arresto di Maduro diventa simbolo di una cultura pop in cui il contesto riesce a creare un senso nuovo all’immagine. È il meme che supera il potere, è il cambiamento culturale che ribalta il senso dei fatti storici. In un mondo dominato dalla circolazione rapida delle immagini il potere non si rappresenta più, finisce per essere interpretato.