Un maestro non si dimentica: conversazione con Beppe Severgnini su Indro Montanelli

A venticinque anni dalla morte di Indro Montanelli, abbiamo intervistato Beppe Severgnini - uno dei suoi allievi più autorevoli. Ne è emerso un ritratto personale e una lezione sul linguaggio: cosa rende una voce chiara, riconoscibile e capace di durare.
Scrivere questo pezzo mi ha messo in difficoltà per una ragione che ha a che fare con quella che chiamano "sindrome dell'impostore". Perché il sottoscritto potrebbe e dovrebbe scrivere di Montanelli? Sono nato nel 1998, tre anni prima che Indro ci lasciasse. Non l’ho mai conosciuto, ovviamente, l’ho solo sentito nominare, l’ho letto solo in parte, approfondendone l’opera solo recentemente. Per giunta non sono nemmeno un giornalista. Il solo pensiero di affrontare un tale monumento del Novecento italiano - dotato di quella gravitas - mi metteva in soggezione.
Ne sono uscito in due modi. Un po' grazie a Beppe Severgnini, che di Montanelli è - a mio giudizio - il testimone più autorevole, affettuoso e documentato: ci ha lavorato accanto per vent'anni, dal 1981 al 2001. E un po' perché chiunque scriva contenuti, chiunque maneggi la parola scritta, come facciamo noi di Bea Media Company, prima o poi deve fare i conti con Montanelli. Il suo stile di scrittura è magistrale: per chiarezza, ironia, capacità di sintesi. Ed è stato forse il primo giornalista a diventare un brand. La sua riconoscibilità e autorevolezza lo hanno reso, per usare il lessico di oggi, quasi una media company. Ed è proprio da qui che siamo partiti.
Beppe Severgnini, qual è la lezione di Montanelli che porta ancora con sé?
«Credo mi abbia insegnato il senso della misura: nei comportamenti, nelle relazioni, nelle cose da dire, nel modo di scrivere. Nonostante il suo carattere impetuoso, aveva un'idea classica della moderazione. Vedo intorno a me, oggi più che mai, persone smisurate, esagerate, smodate. Ecco, Montanelli era tutto fuorché smodato. Credeva, come i classici latini: est modus in rebus, c’è una misura nelle cose. »
Lei lo ha definito, in un suo libro, "un maestro del non dire". Cosa intendeva?
«Indro era capace di cogliere rapidamente il succo di argomenti complessi - la storia d'Italia, la politica, i rapporti internazionali – e di offrirlo al lettore. Aveva bisogno di capire prima di scrivere, e scriveva solo quando aveva capito. Si poneva sempre la domanda: "Quello che ho capito io, devo farlo capire ai lettori. Come devo fare?". E finché non trovava questa risposta - i concetti e le parole da usare - non scriveva e non parlava».
Perché la chiarezza e la semplicità contavano così tanto, per lui? Diceva: “Bisogna farsi capire anche da un lattaio dell'Ohio!”.
«La chiarezza di parola segue la chiarezza di pensiero. Se leggete o ascoltate un ragionamento confuso - da parte di un giornalista, di un accademico, di un politico, di un professionista - non è dovuto alla vastità della conoscenza, ma alla confusione che ha in testa. La sintesi è una fresca spremuta di pensiero che offriamo agli altri. Quando Montanelli scriveva "L'unico nostro padrone è il lettore!", non scherzava. I suoi articoli li capivano tutti: nessuno riusciva a smettere di leggere prima di arrivare in fondo. Era anche un oratore empatico ed efficace. L’ho visto, novantenne, incantare una platea di studenti universitari.».
Come si riconosce una pagina scritta da lui?
«Dalla precisione, dalla scelta di vocaboli semplici (a parte qualche toscanismo!), dall’assenza di secondarie che s’ingarbugliano, dall’uso attento degli aggettivi (uno, al massimo due). Non c'è quell'inflazione verbale che caratterizza la prosa di tanti giornalisti. Come riconosco una pagina scritta da Indro? Dall’attacco, dal ritmo, dall'aneddoto, dall’ironia pungente. Uno scrittore bravo diventa riconoscibile dopo poche righe. Non vale solo per Montanelli».
Da dove nasceva la sua capacità di arrivare dritto a chiunque?
«Dal rispetto, prima di tutto. Aveva un grande rispetto e affetto per i suoi lettori, perché per uno scrittore i lettori sono tutto: il pubblico, il mercato, gli amici, i confidenti, la famiglia. I lettori, se ti stimano, non ti lasceranno: come i clienti di un marchio. Un musicista intelligente ragiona allo stesso modo: sa che là fuori ci sono persone che ascoltano e amano le sue canzoni. Senza di loro, suonerebbe nella sua cameretta. Quelle persone sono una ricchezza, e vanno trattate sempre con affetto, rispetto e pazienza. “La stanza di Montanelli”, la rubrica di lettere, era un social prima dei social. Montanelli sapeva che il giornalismo non è una strada a senso unico, un pulpito, un megafono: è uno scambio.»
Una citazione: “Dell’ex ministro Spadolini hanno detto e scritto che è ‘troppo innamorato di sé stesso’. Diciamo la verità: tutti siamo innamorati di noi stessi. Ciò che caratterizza Spadolini è che, a differenza di noi e di tanti altri, lui si corrisponde”. Che ruolo aveva l'ironia nella sua scrittura?
«Montanelli era toscano, e i toscani sono maestri di ironia, anche perché usano il dialetto come prima lingua. Hanno una presa diretta sulla lingua, scritta e parlata. L'ironia toscana è fatta di irriverenza, sprezzatura e leggerezza. Il più grande complimento che ho ricevuto da Montanelli in vent'anni è stato questo. Ha preso in mano un mio articolo e mi ha detto, con tono accusatorio: "Come fai a scrivere così? Non sei neanche toscano!"».
Montanelli è spesso andato controcorrente: antifascista nell’ultimo periodo del fascismo, anticomunista nella stagione delle Brigate Rosse, antiberlusconiano dopo la “discesa in campo” di Berlusconi. Questo gli ha tolto lettori o, paradossalmente, gliene ha dati?
«Chi non lo amava diceva che Montanelli era soltanto un bastian contrario. Non è vero: i bastian contrari sono cocciuti. Montanelli invece aveva il coraggio della propria opinione, e non aveva paura di cambiarla. Non avevo l’italico istinto del gregge. Non aveva paura di dire: "Ho ascoltato, ho ragionato, e la penso in maniera diversa". I lettori, che gli volevano bene e conoscevano la sua onestà intellettuale, lo accettavano, magari discutendo con ferocia. La discesa in campo di Berlusconi fu, per lui, traumatica. Se l’editore fonda un partito, il giornale diventa un giornale di partito. E questo, per Indro e per molti di noi, era inaccettabile.».
La Lettera 22, la postura, lo sguardo: era un personaggio costruito o era sé stesso fino in fondo?
«Montanelli non ha scelto la postura, l’altezza, gli occhi azzurri, quasi inquietanti quando ti fissava. Non ha scelto di nascere durante il fascismo e di vedere le dittature e la guerra. Non ha scelto neppure il giornalismo: è il giornalismo che ha scelto lui. Non voleva creare un marchio: lo era. Ci sono persone che prima cercano di diventare un brand, poi di imparare il mestiere: i social sono pieni di personaggi così. Famosi per essere celebri: ma cosa sanno fare?».
Come si resta sé stessi senza diventare prevedibili?
«L'economista Keynes diceva: "When facts change, I change my mind. What do you do, sir?" - quando i fatti cambiano, io cambio idea; lei, signore, cosa fa? Una mente intelligente è pronta a rischiare, quando è il caso. Montanelli l'ha fatto, qualche volta ha sbagliato: era umano. Penso che “la Voce”, per esempio, fosse troppo radicale, per un pubblico cauto e conservatore come quello del “Giornale”. Eppure sono rimasto fino alla fine. Per riconoscenza e stima per il mio maestro, ma non solo. Un naufragio a una certa età va bene: si nuota, ci si bagna, ci si asciuga. E’ stato più duro per lui che per noi, quel passaggio».
Ultima domanda: Montanelli ha eredi?
«Certamente no. Ha alcuni allievi, diversi fra loro. Le sue lezioni ho cercato di impararle, ma non ho mai pensato di copiarlo. Penso sempre: ho avuto un maestro, che fortuna. Ma lui - ripeto - non aveva eredi, aveva allievi. E ne era orgoglioso.»
Severgnini mi saluta con un aneddoto personale. Un giorno ringraziò il direttore per averlo spedito corrispondente a Londra a ventisette anni. Montanelli ribaltò tutto: «"Non sei tu che devi ringraziare me! Sono io che devo ringraziare te. Perché tutti dicevano: Montanelli è un solista, un primo violino, però l'orchestra non la sa dirigere, non sa trovare i talenti. E io, grazie a te e ad altri, ho dimostrato che sapevo fare anche questo: il direttore d’orchestra". Classico Montanelli: ti sgrida per mostrarti stima e affetto».




