Oltre lo specchio: dall’ossessione alla body neutrality, come sta cambiando la percezione dei corpi nei media?

Dai palinsesti TV alle campagne pubblicitarie, il corpo femminile ha da sempre i riflettori puntati addosso. Un’esposizione mediatica costante che ha trasformato l’estetica in una psicosi collettiva. Ma oggi, tra filtri, chirurgia estetica e trend Social, siamo davvero pronti a guardarlo con occhi nuovi?
L’attenzione ossessiva dei media verso il corpo femminile ha un’origine ben precisa. Come osservava il sociologo Erving Goffman, affonda le sue radici in un costrutto sociale antico, ma ancora oggi estremamente attuale, quello delle disuguaglianze di genere. In particolare, nel concetto di Gender Display: il modo, spesso stereotipato, in cui donne e uomini vengono rappresentati.
Basti pensare a Drive In, il programma comico andato in onda su Italia 1 tra il 1983 e il 1988. Al suo interno donne onnipresenti, svestite e appariscenti. Una vetrina che ha contribuito a normalizzare un modello culturale già ampiamente diffuso all’epoca: l'idea che la donna non abbia un corpo, ma che sia il suo corpo; un oggetto da ammirare e desiderare. Protagonista assoluto della narrazione, sì, ma privo di voce. Sulla scia di quel format ne sono nati molti altri, da Non è la Rai, fino ad arrivare al “moderno” Striscia la Notizia.
Qui, il recente aumento del numero di veline ha confermato come, ancora oggi, la logica del Male Gaze – lo sguardo che rappresenta l’universo femminile da una prospettiva maschile riducendo la donna a oggetto – sia fortemente radicata nel sistema televisivo italiano.

L’eredità della pubblicità: "Tienila dove le spetta"
Questa stessa rappresentazione la ritroviamo in diverse campagne storiche. Pensiamo allo slogan di Birra Peroni negli anni ‘60 e ‘70, “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”. Lo spot mostrava una modella in posa ammiccante associata al prodotto. Un uso del corpo volto più ad attirare l’attenzione su di sé che a descrivere la birra stessa. Altri esempi sono la campagna di Weyenberg Massagic Shoes “Keep her where she belongs” (“Tienila dove le spetta”), un manifesto che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni, oppure quella di Dolce e Gabbana, dove la donna appare distesa, iper-esposta e circondata da uomini in posizione di superiorità.
Tra luci e ombre: l’avvento del Body Positive
La prima vera svolta arriva intorno al 2010 con il diffondersi del concetto di Body Positivity. Qui la narrazione cambia radicalmente: il corpo femminile passa da oggetto del desiderio a simbolo di accettazione e auto-legittimazione. La campagna Real Beauty di Dove ne è l’emblema, con donne di etnie e fisicità differenti, fiere di mostrarsi con le proprie particolarità e imperfezioni. Un fenomeno, quello del Body Positive, che nel corso degli anni ha acquisito sempre maggiore risonanza, dalle passerelle dell’alta moda fino ai feed dei Social Media. Eppure, qualcosa non torna. Perché se tutto cambia, una cosa rimane invariata: il centro dello storytelling è sempre e solo uno, il corpo. Un concetto nato per liberare, ma che spesso finisce per imprigionare, scivolando in una Toxic Positivity che ci spinge ad accentuare il “peso” che diamo al nostro aspetto. Più il corpo è sotto i riflettori, più emergono canoni da rincorrere a tutti i costi, e chi non rientra? Rischia di rimanere ai margini.
È così che prendono forma le pressioni, le corse al perfezionamento e le nuove forme di bullismo che prendono il nome di Body Shaming.


Da “Love” a “Respect”, un primo avvicinamento alla neutralità corporea
È qui che entra in gioco un fenomeno piuttosto recente, quello della Body Neutrality. Approccio più silenzioso rispetto al precedente, sposta il focus dall’estetica a ciò che è veramente importante: la funzionalità. Il corpo viene visto come un “involucro” che racchiude la vera essenza della persona – valori, sentimenti ed emozioni – e, soprattutto, come un mezzo per muoversi nel mondo. Non qualcosa da amare a tutti i costi, ma qualcosa da rispettare e apprezzare. Lo racconta bene la campagna "Fly Human Fly" di Hoka. Nello spot il brand di running mostra fotogrammi in cui si susseguono corpi in movimento, stanchi, affamati e combattivi, senza mai parlarne in termini estetici. Il focus è solo uno: la gioia del movimento. Il corpo come motore, non come statua da ammirare. Altro esempio è quello della Maratona femminile 2024 organizzata da Lululemon intitolata "Further”. Un evento nato con l’obiettivo di testare le prestazioni femminili – storicamente meno studiate rispetto a quelle maschili – e lanciare la Collezione Go Further™: capi progettati per massimizzare comfort e funzionalità sulle lunghe distanze.
Il vero cambio di paradigma sta tutto qui: nel passaggio da "Love your body" – amalo, quindi guardalo – a "Respect your body" – usalo, dimenticati di come appare.
Una transizione complessa nell'era della sovraesposizione, ma necessaria per smettere di ridurre il corpo a pura estetica. Un atto di resistenza contro un sistema che ha alimentato costantemente la sensazione di non sentirsi all’altezza, di essere modificabili e migliorabili. Dobbiamo tornare a vederlo per quello che è davvero: la macchina che ci permette di vivere. Solo così potremo andare oltre l’immagine riflessa allo specchio e liberarci finalmente da un’ossessione che ci ha intrappolato per troppo tempo.


