Di filosofia, felicità e algoritmi: la parola a Eugenio Radin, aka White Whale Cafe

Tempo, contenuti e rischi: è possibile abitare i social senza perdere profondità? Ecco una storia fatta di filosofia, algoritmi e ricerca della felicità.
Sono una millennial, sono una letterata, sono una lettrice e una collezionista compulsiva di volumi, edizioni e copertine che tengo in casa organizzate come una sorta di finestra sempre disponibile che mi segue di trasloco in trasloco. Quella finestra è stata il mio primo social media: una possibilità al contempo di fuga e di incontro con realtà eterogenee eppure affini alla mia. Nulla è più preciso dell’algoritmo del lettore, che è aperto alla novità molto più del già saputo, eppure sempre affine alla sensibilità irripetibile di chi legge. Oggi, da Meta a TikTok, quella finestra è diventata infinita, seppur contenuta in uno schermo e, per quanto in costante cambiamento, si mantiene legata a una condizione che è sempre imprescindibile al suo utilizzo: il tempo.
White Whale Cafe e la riscoperta della lentezza
Il tempo dei social è molteplice: c’è il tempo di fruizione - sempre più lungo -, il tempo di attenzione - sempre più breve -, il tempo del distacco - sempre più improbabile. C’è il tempo di chi, come Eugenio Radin, si accorge della necessità della lentezza, perché finalmente consapevole della velocità. È così che la parabola di uno dei creator e divulgatori più noti dei social, White Whale Cafe, alias Eugenio Radin, ha deciso di riappropriarsi del tempo della narrazione, quel tempo, per dirla con Walter Benjamin, lento e disteso, in cui «l’esperienza passa di bocca in bocca» fino a farsi storia.
Il tema, dice Radin, «mi tocca in realtà da poco: mi tocca la lentezza perché mi sono accorto della velocità. Io non sono una persona molto slow, non credo che la lentezza sia la chiave in ogni cosa della vita. Al contrario, credo proprio che un po’ di performatività, in un certo senso, sia necessaria».
Cosa vuol dire dunque lentezza e come possono i social rispondere a questa esigenza che sembra contraria alla loro stessa natura?
«La lentezza non significa tanto produrre meno, quanto focalizzarsi di più sulla qualità di ciò che si produce, o meglio, nel fare in modo che ciò che si produce corrisponda realmente a ciò che si intende produrre».
Dentro l’algoritmo: quando i contenuti iniziano a decidere per te
Eugenio Radin abita i social da circa 4 anni, uno spazio nato dalla pura passione e dal desiderio di condivisione. Oggi però la consapevolezza del significato e dei meccanismi delle piattaforme c’è e si fa sentire: «Dobbiamo sempre tenere presente che non si tratta di spazi neutri: sono piattaforme progettate con una precisa intenzionalità, che orientano - anche inconsapevolmente - verso la produzione di contenuti sempre più rapidi ed efficaci. Una logica che può risultare funzionale in alcuni ambiti, ma che difficilmente si adatta alla filosofia e, più in generale, alla cultura». Il rischio - chiarisce - è quello di trasformare la cultura in qualcosa di usa e getta.
Non solo il problema del tempo, ma anche quello dello spazio. Il formato, quello del reel, racchiude poco, pochissimo contenuto, e quel contenuto è soggetto al vaglio del pubblico, ma anche dell’algoritmo che propone sulla base di esperienze reiterate di condivisione: mi piace la filosofia, vedrò molti contenuti analoghi. Ma se io volessi scoprire la filosofia?
«Non ho mai avvertito in modo particolare il problema di “battere l’algoritmo”, perché il mio ingresso sui social non era legato all’intenzione di costruire un lavoro: è stato piuttosto un processo spontaneo, nato dal desiderio di condividere ciò che mi appassionava, senza prevedere che potesse anche avere successo. Il rapporto con l’algoritmo è cambiato quando ho iniziato a programmare le pubblicazioni e a riconoscere che quei contenuti funzionavano. Da quel momento si è innescata, anche in modo inconsapevole, una dinamica per cui si tende ad abbandonare ciò che si ama per privilegiare ciò che produce risultati. È un meccanismo umano: la crescita dei numeri e il consenso generano un senso di gratificazione a cui è difficile sottrarsi. Il rischio, tuttavia, è quello di lasciarsi guidare da questa logica, arrivando a produrre contenuti non più in base al proprio interesse, ma in funzione delle richieste implicite dell’algoritmo. Me ne sono reso conto solo più recentemente, quando ho iniziato a percepire una certa forzatura: pubblicare perché “è il giorno giusto”, anche in assenza di qualcosa di autentico da dire. È stato in quel momento che ho sentito l’esigenza di fermarmi e riconsiderare il mio approccio».
Substack, YouTube e la ricerca della profondità
Per chi lavora in Bea Media Company e si occupa come me di comunicazione, di storie e cultura, il paragone con l’esperienza di Eugenio Radin è fondamentale: i riflettori si accendono sulla sfida dell’algoritmo e la sfida della SEO con i motori di ricerca, del GEO con le intelligenze artificiali. La domanda che si impone è: come si batte davvero l’algoritmo, come si sfonda la quarta parete? Il paradigma di White Whale Cafe dimostra una verità semplice quanto dimenticata. Che il vero successo si conquista quando non si insegue. Che i numeri si fanno smettendo di contare.
Rem tene, verba sequentur, per dirla con Catone: preoccupiamoci di cosa diciamo e di dirlo bene, diremmo noi oggi.
E così, nella programmazione di White Whale Cafe entrano Substack e YouTube, gli slow media per eccellenza, luoghi privilegiati per chi fa cultura, si occupa di narrazione strategica e non ha paura di quella soglia dell’attenzione dell’utente medio stimata in soli 8 secondi.
«YouTube arriva in un momento di forte stanchezza: non si tratta propriamente di burnout - termine che preferisco usare con cautela - ma di una fase in cui si è resa necessaria una transizione. Ho sempre mantenuto un forte senso di responsabilità professionale: se stabilivo di pubblicare tre contenuti a settimana, lo facevo con costanza. Tuttavia, proprio in quel periodo ho iniziato a percepire uno scarto sempre più evidente tra ciò che stavo facendo e l’intenzione originaria che mi aveva portato sui social tre anni prima, cioè condividere ciò che mi appassionava. Mi sono accorto, invece, di star progressivamente aderendo alle logiche della piattaforma, come se stessi partecipando a un gioco che non mi apparteneva.
In questo senso, la riflessione filosofica apre a una possibilità diversa, non priva di rischi ma significativa per chi decide di privilegiare il contenuto rispetto alla forma. A questo proposito, il filosofo C. Thi Nguyen osserva come spesso, nella vita, finiamo per partecipare a giochi che non sono i nostri, delegando ad altri le regole e compromettendo così la nostra felicità. Non ho intenzione di abbandonare i social, anche perché è lì che si trova il mio pubblico, ma avverto l’esigenza, nel medio-lungo periodo, di trasferire il progetto verso altri spazi. È una prospettiva che comporta timore, perché implica una sorta di ripartenza, un salto nell’incertezza. Tuttavia, adottando uno sguardo più ampio, mi sono posto una domanda decisiva: cosa desidero essere tra vent’anni? Quando si riesce a prendere distanza dall’urgenza del presente e a proiettarsi nel tempo, la risposta tende a chiarirsi. È probabile che su YouTube il pubblico sia numericamente più ridotto: so bene che, rispetto ai molti che mi seguono su Instagram, solo una parte segue con attenzione e continuità i contenuti più approfonditi. Ma è proprio a quel nucleo essenziale che desidero rivolgermi».
YouTube, ma anche Substack che, per chi ancora non la conoscesse, è la piattaforma che ospita le newsletter dei principali creator, divulgatori, giornalisti ed esperti di ogni settore, che sta in un certo senso affiancando, se non sostituendo, i giornali come strumento favorito con cui informarsi. «Nella mia testa - prosegue Radin - associo molto YouTube e Substack, perché vorrei che diventassero un po’ il focus del mio progetto. Perché per me la differenza non è tanto il video anziché la scrittura o il tipo di piattaforma, che sia un social o no: per me la cosa che importa è quanto una certa piattaforma, quanto un certo contenuto consente la profondità».
Ma Substack offre almeno una garanzia in più che Eugenio ha ben chiara:
«Su Substack tutti quanti ricevono la mail, sei tranquillo. E poi la scrittura è una cosa molto personale, molto introspettiva, molto più che YouTube».
Felicità, Bauman, AI e la fragilità della progettualità
Con Eugenio abbiamo poi deciso di affrontare l’elefante nella stanza, citato proprio parlando di Substack: i giornali. Su YouTube è possibile trovare un suo video dedicato proprio ai giornali, a come leggerli e interrogarli, perché, al netto dell’amore o meno per l’odore della carta, l’informazione e il suo opposto sono al centro del dibattito per chiunque si occupi di storytelling, narrazione e divulgazione.
«Il tema dell’informazione è per me motivo di forte preoccupazione. Molte delle criticità politiche che attraversiamo oggi sono infatti strettamente connesse al modo in cui l’informazione viene prodotta, diffusa e recepita.». E parlare di informazione oggi non può prescindere dall’analisi dell’uso sempre maggiore delle AI come strumenti di conoscenza.
«Non ho ancora una risposta definitiva, nel senso che l’intelligenza artificiale è qualcosa che è arrivata domani. Non abbiamo ancora avuto il tempo necessario per comprendere pienamente che cosa sia. Personalmente ne faccio un uso molto limitato, circoscritto ad alcuni compiti specifici, perché non mi convince né nei contenuti né nel modo in cui li elabora. Ritengo, tuttavia, che l’intelligenza artificiale possa rappresentare una sorta di banco di prova capace di mettere in luce chi possiede realmente competenze e capacità e chi, invece, ne è privo. In questo senso, chi dispone di abilità più fragili rischia concretamente di essere affiancato o persino sostituito. Allo stato attuale, però, non credo che possa rimpiazzare chi è davvero in grado di scrivere con uno stile proprio e con autentica profondità di pensiero».
Ed ecco il punto: quello che è il vero punto di interesse per chiunque faccia il nostro lavoro: dobbiamo avere paura delle AI? No, dobbiamo avere paura di non avere più nulla da dire, di non avere passione per le storie, di non metterci alla prova con il desiderio che anima la conoscenza. Della profondità e della lentezza. E poi, certo, è anche possibile, come ipotizza Eugenio, «che stiamo vivendo in una grande bolla dell’intelligenza artificiale che non so quanto durerà». E intanto, consapevole o meno, sembra che una sorta di ‘social media fatigue’ stia facendosi strada, soprattutto tra le generazioni affiancate alle ultime lettere dell’alfabeto che, in numeri sempre maggiori, abbandonano le piattaforme per riscoprire iPod e cuffie con i fili che si intrecciano nelle tasche, ma non si scaricano mai. Una stanchezza che tocca anche il ruolo degli influencer, la sovrabbondanza di contenuti estetici che non dicono nulla puntando alle vibes, ma ci siamo chiesti: «mentre tutti fuggono, chi resta? Resta chi ha qualcosa da dire davvero. Il contenuto premia a prescindere dalla forma. Nel corso delle diverse epoche storiche, la forma si è progressivamente adattata al contenuto: l’invenzione della stampa, ad esempio, non ha modificato in modo sostanziale il processo di elaborazione delle idee. Ciò che resta imprescindibile è avere qualcosa di significativo da comunicare, e ritengo che questo principio rimarrà valido anche nei prossimi anni, inclusi i contesti digitali e i social media».
Fare cultura significa da sempre correre dei rischi. Eugenio Radin ha deciso di rischiare sulla forma, ma anche sul contenuto: chi riceve la sua newsletter, chi lo segue sui social, sa che ha deciso di sfidare il suo pubblico parlando di felicità. Ma dimenticate gli elenchi puntati dei manuali su come essere felici in poche semplici mosse: al contrario, la domanda è sul significato profondo della felicità e, di conseguenza, sul significato profondo della nostra vita.
«La felicità - dice, parafrasando Aristotele - è la cosa più definitiva. La ricerchiamo, punto. Oggi viviamo in tempi decisamente interessanti, il che spesso coincide con l’essere poco felici». Non serve guardare troppo lontano: tra guerre e incertezze geopolitiche, l’abuso dei social che, ormai possiamo dirlo, dopo la sentenza del tribunale di Los Angeles che ha riconosciuto come i social media creino dipendenza, c’è bisogno di «tematizzare queste questioni per essere più felici. In questo senso, la riflessione filosofica appare inevitabile, ed è un’esigenza che ho avvertito in prima persona. Riprendendo le intuizioni di Zygmunt Bauman sulla “società liquida”, viviamo in un contesto caratterizzato da un cambiamento continuo, che rende sempre più difficile progettare e assumere impegni nel tempo, fino a pronunciare con decisione un “domani farò”. Le nuove generazioni, in particolare, mostrano una forte difficoltà nel compiere scelte stabili. Questa condizione, amplificata dalla fluidità della società contemporanea, diventa problematica perché la felicità è profondamente legata alla possibilità di avere un progetto, una direzione verso cui orientare la propria vita».
E i progetti si perdono anche per la solitudine che spesso ci troviamo a vivere per circostanze o, citando ancora Eugenio, «per la perdita di quel bisogno di comunità che, con la promessa del self care, ci spinge ad essere spesso egoriferiti». Io sono una millennial, sono una letterata, una lettrice e, dopo aver parlato con Eugenio, quella finestra fatta di storie e parole che mi segue ovunque vada è la strada più vera che tiene accesa la ricerca dell’assoluto: la felicità.

Nota biografica
Vicentino, classe 1994, Eugenio Radin ha studiato filosofia e lavora nel mondo della comunicazione. Nel 2022 ha aperto White Whale Cafe: un progetto di divulgazione digital che si propone di diffondere la passione per la filosofia e per l’argomentazione anche attraverso i nuovi media. Dopo aver raggiunto quasi 300.000 followers tra Instagram e TikTok, ha recentemente scelto di spostare il focus della sua divulgazione sugli slow media: YouTube e la newsletter di approfondimento su Substack.
È autore di "Argomentare, Watson! - Come smascherare i cattivi ragionamenti e sopravvivere al dibattito pubblico" (2024) e di "La caffettiera di Kant" (2026), entrambi pubblicati da Ponte alle Grazie. Ha collaborato alla realizzazione del percorso "Impariamo ad argomentare" inserito nei manuali di storia della filosofia di Maurizio Ferraris: "Pensiero in Movimento" per la scuola secondaria.


