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Di arte, AI e processi creativi: la parola a Giulio Rincione

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16.01.2026

Fumettista, illustratore, pittore e docente, scopriamo con il padre di Dirt perché è necessario fare arte.

«Quando nel 2020 ho deciso di dedicarmi a un fumetto in quattro volumi che avrebbe previsto più di mille tavole e che solo ora si avvia alla conclusione, sarei stato davvero pazzo a iniziare un progetto simile senza pensare che ne valesse la pena. Sei anni scanditi ogni giorno dalla sveglia alle 5 e da un protagonista che sembrava non volesse seguirmi».

È iniziato così il dialogo con Giulio Rincione, autore di numerosi fumetti, incluso Dirt, la recente saga dedicata al protagonista distopico di una realtà post-pandemia in cui, oltre al virus e tra i superstiti, si aggira una malattia letale: la dimenticanza. Un dialogo che è proseguito tra profezie e peripezie, analisi e scoperte, e che affonda saldamente le radici nel mondo dell’Arte con la a maiuscola, oggi inevitabilmente attraversato dalle contaminazioni dell’AI. Ma cosa vuol dire davvero fare arte e perché ne abbiamo bisogno?

Rincione non usa mezzi termini e, se avete avuto la fortuna di essere suoi studenti alla Scuola Comix o di aver ascoltato una delle sue riflessioni sull’arte, lo sapete già. In questo caso, però, la semplicità cristallina della definizione fa proprio al caso nostro. Inizia col dire: «L’idea di per sé non è arte, non basta. Quel che rende l’idea arte è il processo creativo che dall’idea porta all’opera». In buona sostanza, chiunque pensi di definirsi un AI artist – gli artisti dell’intelligenza artificiale il cui numero è in costante aumento – delegando alle AI il processo creativo, viene meno rispetto alla definizione stessa di arte. Ma perché?

Siamo abituati a considerare l’AI come uno strumento, per definizione un oggetto in grado di supportarci esattamente come un pennello o una buona tela per un pittore e, in questo senso, la definizione, al netto dell’uso che ne facciamo, si applica perfettamente anche all’intelligenza artificiale. Ma il punto, per Giulio Rincione, non è lì. Il problema non è lo strumento: il cuore della questione è il tempo.

Giulio Rincione

«Il valore che diamo a una cosa è direttamente proporzionale al tempo che scegliamo di dedicarle», ed ecco che davanti ci sono i sei anni dedicati a Dirt. «Sicuramente se avessi dipinto a olio su tela ci avrei messo quindici anni e non sei, quindi è chiaro che la tipologia di strumento incide sul lavoro. Ma se mi fossi sottratto al tempo non avrei potuto confrontarmi con i miei limiti. I limiti mi definiscono: lo stile che ho costruito l’ho costruito sui miei punti deboli, non sui miei punti di forza. Attraverso l’arte è come se avessi scelto di esternare e valorizzare i miei difetti».

L’arte, insomma, non si limita a raccontare, ma crea nuove versioni di noi. Lo stile di Rincione applicato a Dirt, il coniglio distopico ed ex testimonial di un marchio di sigarette che sopravvive alla dimenticanza e si ritrova catapultato nel mondo reale come un moderno Roger Rabbit, inizialmente non voleva piegarsi alla mano del suo autore: «Gli spigoli, i colori, tutto quello che ero solito fare con Dirt non funzionava». Nel rapporto tra autore e opera però, Dirt prende forma e trova la forza per lanciare la sua sfida: Do magic with your he(art).

L’invito è rivolto a un bambino, il figlio di Bob, il collega e amico del cartone animato che dà il via alla storia e, senza fare troppi spoiler, quel bambino, diventato adulto, darà vita in un mondo annientato dal virus a Mister Magic, l’eroe nato dalla passione per l’arte.

«Credo molto nel valore dell’imprinting dato ai bambini. Ho scoperto di avere la passione per il disegno già quando avevo cinque anni, ma se i miei genitori non mi avessero messo in mano i colori, non so cosa sarebbe successo. L’arte, come accade in Dirt, è anche una questione di eredità, una storia che si tramanda di generazione in generazione. Ci fanno credere che non abbiamo il tempo necessario per dedicarci all’arte, sembra impensabile oggi dedicare vent’anni a una cosa solo per imparare a farla», ma è così che si costruiscono i personaggi, costruendo le persone.

C'è di più: «L’arte passa dalla noia. Per fare arte c’è bisogno di fatica, sacrificio, dedizione, ma anche di non fare niente, di fermarsi. Quanti oggi sarebbero davvero disposti a farlo?». E poi c’è l’elefante nella stanza: il fallimento.

Giulio Rincione è anche un docente e davanti a sé ha di volta in volta decine di studenti che guardano al futuro terrorizzati dall’idea di non farcela: «Ci stiamo pian piano abituando a riabilitare il fallimento come parte della realtà, ma per ora siamo solo in grado di guardare con tenerezza al fallimento degli altri, non al nostro. Vediamo e ascoltiamo anche storie di insuccessi, ma si tratta sempre di cadute che, nel complesso della narrazione, occupano cinque, dieci minuti. La realtà è che si può fallire per anni, prima di trovare la propria strada ed è del tutto normale. I ragazzi non sono sempre come vengono descritti dal mainstream, ma mi accorgo che riescono a sopportare la fatica sempre per meno tempo, crollano talvolta già ai primi tentativi ed è per questo che è fondamentale fare i conti con il processo creativo e con i propri limiti».

Rincione immagina un mondo in cui l’AI guidi per noi evitando incidenti, risolva il problema del cambiamento climatico, supporti la ricerca e si traduca in un vero strumento che ci consenta di occuparci davvero della nostra vita. L’arte, per ora, è ancora un’altra cosa. Raccontare storie ha a che fare con la speranza, con il fallimento e con la diversità. «Con l’AI abbiamo dimenticato, per esempio, che esistono anche gli stili di scrittura: io posso e devo trovare la mia voce, devo imparare a usarla, perché il rischio è quello di strizzare l’occhio all’eccessiva capitalizzazione dell’arte e dare un aiuto alla dimenticanza. Come i cartoni, anche noi creativi dobbiamo tornare ad avere il desiderio di lasciare il segno».

E ora veniamo al nodo centrale: di cosa si nutre l’arte?

«Di realtà, di gusto e dedizione. Per scrivere le parole di Dirt ho dovuto fare un esercizio di astrazione paradossale: ti distacchi da te ma ti ancori alla realtà, immagini persone reali e il loro modo di pensare. Per disegnare delle scene puoi arrivare a non dormire la notte, il disegno diventa un’ossessione. È un percorso doloroso, in cui si vince e si perde costantemente, e come fai a spiegare a chi si sottrae a tutto questo che proprio quel dolore, quella mancanza, è la parte bella del lavoro? Ma il vero guaio è che l’arte è legata al gusto, alla bellezza di fare le cose, di assaporare ciò che si fa».

L’arte si nutre dell’impatto emotivo generato dalla realtà ed è necessaria perché possiamo scoprirci umani.

Nota biografica

Giulio Rincione è un illustratore, pittore e fumettista palermitano. Inizia la sua carriera nel 2012 come colorista per Rizzoli Lizard e, l’anno successivo, fonda il collettivo artistico indipendente Pee Show, esperienza che lo conduce nel 2014 a collaborare con Shockdom Edizioni. Per l’editore realizza i primi due episodi di Noumeno, lavoro che gli vale il Premio Missaglia come autore rivelazione al Treviso Comic Book Festival 2015. Sempre per Shockdom firma alcuni dei titoli più rappresentativi della sua produzione, tra cui Paranoiae, Paperi (scritto con il fratello Marco e premiato con l’Andrea Pazienza come Miglior disegnatore), Vite di Carta, Condusse Me e Il cuore della Città, vincitore del Premio Boscarato come Miglior web comic. Nel 2022 torna come autore unico con la saga DIRT, edita da Tunué, il cui primo volume è stato finalista ai premi Micheluzzi e Gran Guinigi; la conclusione della serie è prevista per il 2027. Parallelamente collabora con realtà editoriali come Star Comics e Sergio Bonelli Editore, firmando numerose storie e copertine di Dylan Dog. Dal 2023 fa parte del team artistico di Dario Moccia per progetti di carte collezionabili e lavora anche per il mercato internazionale con Disney America, Marvel, DC Comics e Treyarch. Espone con la Cart Gallery di Roma e svolge attività didattica presso diverse scuole di fumetto italiane.