Lo storytelling tra Cinema e Sport: intervista a Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli

Con Noodles – Podcast di Cinema, Ilaria Mencarelli e Giuseppe Pastore hanno costruito un format su un’idea tanto semplice quanto scomoda: raccontare i film come se chi ascolta non ne avesse mai visto uno. Guardandoci dentro, c’è un metodo editoriale che riguarda anche noi.
Sala buia, retrospettiva di tre giorni, Pulp Fiction che torna al cinema. Nella fila davanti c’è un gruppo di ragazzi di diciotto, diciannove anni. Non l’hanno mai visto. Non sanno cosa ci sia nella valigetta, non conoscono le battute a memoria, non hanno la minima idea di cosa stia per succedere quando entra in scena la siringa.
Dietro di loro sono seduti Ilaria Mencarelli e Giuseppe Pastore. E a Giuseppe arriva insieme una vertigine anagrafica e un’intuizione editoriale: Pulp Fiction è un film di trent’anni fa. Esattamente la distanza che, quando lui era ragazzo, lo separava dal cinema degli anni Sessanta: «lontanissimi, in bianco e nero, appartenenti quasi a un’altra civiltà». Come quando il nonno si mette a parlare di Nordhal o Silvio Piola.
Da quella fila di teste nasce la promessa di Noodles. Non per creare “il podcast che ti spiega il cinema”. Piuttosto, il podcast che non dà niente per scontato. «Raccontarlo come se lo stessi raccontando a un pubblico che non lo conosce», dice Pastore, «che non ha idea di chi siano Scorsese, David Lynch e Brian De Palma».
Il format esisteva prima del format
La cosa più interessante di Noodles è che non è un frutto pianificato ma piuttosto un’epifania: hanno riconosciuto qualcosa che stava accadendo. «Noodles è una sorta di proiezione di quello che noi siamo nella vita di tutti i giorni», racconta Ilaria Mencarelli. «Parliamo spesso di cinema, e ne parliamo nel modo in cui lo facciamo nel podcast. È stata una trasformazione, un passaggio quasi naturale». Giuseppe la asseconda con una franchezza rara di questi tempi: «È una cosa che facciamo di cuore, per divertirci. Esula dal discorso industriale o da una pianificazione particolarmente scientifica».
Tradotto per chi di mestiere costruisce format: il concept non è arrivato da un brainstorming, è arrivato da un’abitudine. E c’era anche un bisogno personale, che Pastore ammette senza girarci intorno — il lavoro lo aveva portato a trascurare il cinema, «a perdere un po’ il filo del discorso soprattutto sul presente». Il podcast è, prima di tutto, un modo per rimettersi in pari con una cosa che si ama. È un po’ come Maradona che palleggia da terra durante il riscaldamento pre-partita.
Poi, certo, c’è una strategia. Ma arriva dopo, ed è una traiettoria netta, come un tiro angolato basso dalla distanza. «L’obiettivo principale è riferirci a un pubblico che non è così esperto di cinema», spiega Mencarelli: «a una fanbase che Giuseppe ha dal mondo del calcio e che magari vuole scoprire qualcosa di più».
Un travaso di audience da un universo narrativo a un altro, che è esattamente il tipo di movimento su cui, da queste parti, si costruiscono gli ecosistemi.
Sulla scelta delle piattaforme (podcast, YouTube, Instagram, Letterbox) hanno ragionato un paio di mesi. Entrambi vengono dalla scrittura: lui giornalista sportivo, lei con un passato da articolista tra blog e siti di informazione fumettistica, oggi social media manager. «Le differenze ci sono», ammette Ilaria, «ma per quello che noi siamo il passaggio è molto spontaneo». Sopra il parlato hanno costruito uno strato più leggero — quiz, gag, estratti — che serve a far viaggiare i contenuti. Perché nessuno finge che non sia anche una questione di distribuzione.
Contro il piedistallo
Pastore poi verticalizza e individua il vizio di forma della categoria: «Sappiamo che è ricca anche di persone che, per una conoscenza molto profonda dell’arte, a volte si lanciano in giudizi arroganti o semplicemente molto pomposi». La sua contromossa non è l’abbassamento, è l’apertura: un podcast «di due appassionati che non vogliono dare giudizi assoluti», che si rivolge a chiunque, non a «un circolino di dieci-quindici coetanei che sanno già tutto».
E c’è un secondo bersaglio, più contemporaneo: la polarizzazione. «Vanno di moda le opinioni nette, tutto bianco o tutto nero, e questo a volte viene applicato anche a un film che è da nove o da tre. Ma non ci sono mai le vie di mezzo, che poi rappresentano la realtà». La realtà, dice, è una grande scala di grigi. E’ fatta di giochisti che sono anche risultatisti e viceversa. Da cui la regola della casa: «Raccontare le cose in maniera non noiosa, non complicata, ma rispettosa delle complessità».
È un approccio giornalistico applicato a un formato che giornalistico non è per forza. E funziona perché sotto c’è un’idea precisa di proprietà dell’opera: «Il film è dell’autore, ma una volta che è al cinema o nelle piattaforme diventa del pubblico», osserva Mencarelli. Ogni interpretazione, a quel punto, è materiale editoriale.
Il vero dispositivo narrativo, però, è la coppia e la loro alchimia. Non nel senso rosa: nel senso di attrito produttivo. «Siamo un uomo e una donna che parlano di cinema, con due visioni diverse e una formazione diversa», spiega Ilaria. «Giuseppe è estremamente più preparato di me su tutto quello che riguarda il contesto storico; io sono molto più preparata su fumetti e cultura nerd». In un panorama fatto di creator solitari o di collettivi che parlano a community già schierate — non è un caso, nota lei, che negli stessi mesi sia nato il canale dei Criticoni di Francesco Alò, Mattia Ferrari, Federico Frusciante e Davide Marra — due competenze asimmetriche che si parlano sono già di per sé un format innovativo.
Multidisciplinarità come antidoto alla noia
Se allarghiamo il campo al percorso di Pastore — Cronache di Spogliatoio, i libri con 66thand2nd, le firme su Il Foglio, Rivista Undici, L’Ultimo Uomo — la parola che torna è contaminazione. «Mi piace saltare di palo in frasca: parlare di sport, di calcio soprattutto, ma contaminandolo con la cultura, il cinema, la musica, le citazioni».
Non è una posa ma una scelta di campo contro una “deriva quantitativa” che vede arrivare: «Più si va verso le nuove generazioni che parlano di calcio in maniera molto più analitica, più scientifica, più accurata dal punto di vista dei dati, ma forse un po’ più arida, un po’ più asettica, senza metterci emozione». I suoi riferimenti sono quelli che leggeva da bambino: Gianni Mura, Paolo Condò, Roberto Beccantini. E il motore è quasi comico nella sua grande onestà: «Tutto nasce fondamentalmente dalla paura che ho di annoiarmi».
Quando iniziamo a parlare di autorevolezza — la domanda che oggi si fanno tutti, tra podcast, newsletter, Twitch e verticali — la risposta è meno romantica di quanto si spererebbe: costanza. Essere sempre sul pezzo. Competenza e memoria aiutano soprattutto ad andare più veloci, «senza doversi per forza porre il dubbio di confermare qualunque cosa ci passi per la testa». Il resto è un lavoro sul tono di voce: «affabile, tranquillo, non troppo polemico, mai violento, mai volgare, perché so benissimo che c’è chi lo fa meglio di me e ce ne sono anche troppi». E trasparenza: dichiara da sempre per chi tifa, Milan e Bari — combinazione che, va detto, garantisce più sofferenza che conflitti d’interesse. Se sbaglia, chiede scusa e va avanti.
Su Cronache di Spogliatoio, la vera innovazione secondo lui non è editoriale ma relazionale: la possibilità di commentare, interloquire, interagire in diretta. «Tantissima gente si conosce tra i commenti delle chat delle live su YouTube, a volte si incontrano anche di persona, nascono amicizie». Un circolo virtuoso tenuto insieme da «una dovuta leggerezza, perché non stiamo parlando di guerre o di crisi economiche, ma banalmente di sport».
Cosa resta quando i dati li produce una macchina
La domanda inevitabile, in un momento storico in cui il dato descrittivo è praticamente a gratis: cosa fa ancora la differenza in una narrazione sportiva?
«L’opinione ben circostanziata», risponde Pastore. Portare prove, fatti concreti, dati «ma provando anche a dare l’opinione un po’ più laterale, senza fermarsi alla prima cosa che viene in mente». E qui consegna l’immagine più bella dell’intera conversazione: «Un po’ come i comici bravi a improvvisare non dicono mai la prima battuta, ma la seconda o la terza, perché sono quelle che arrivano un po’ più con il ragionamento».
La seconda battuta, meno immediata, «meno snack», più lunga da costruire — e per questo destinata a durare di più. Se cercate una definizione operativa di “editorial value” nell’epoca della generazione automatica di contenuti, è difficile trovarne una più precisa di questa. Il primo pensiero ormai lo produce chiunque, anche le macchine. Il secondo no.
Il resto è curiosità, e un consiglio che vale come metodo: «Internet è una miniera di archivi. A me piace tanto navigare negli archivi online dei quotidiani, perché sono una fonte inesauribile di spunti e dettagli». E il dettaglio laterale non si genera: si trova andando a pescare da altri mondi. Vedi Ronaldinho che guardava l’NBA per farsi ispirare sui passaggi “no look”.
Su tutto questo pesa ancora, dice, una vecchia diffidenza. Che il calcio sia roba minore, «qualcosa per ignoranti o per classi svantaggiate»: un atteggiamento snob sopravvissuto fino agli anni Ottanta e mai del tutto smaltito, quando invece il calcio è centrale nel dibattito «quanto la politica estera o il costume in generale». Ogni paese ha la sua cultura calcistica: il Sud America, la Spagna, l’Inghilterra. Gli Stati Uniti fanno eccezione solo perché hanno costruito la stessa cosa su altri sport.
Due schermi, una sola grammatica
Resta la domanda da cui tutto è partito: cosa ti dà il cinema che il calcio non ti dà?
«Il calcio è realtà, avviene in diretta: è un grande spettacolo, ma in tempo reale, come fosse teatro», dice Pastore. «Il cinema è qualcosa di più freddo, perché non avviene nel momento in cui lo stiamo guardando». Poi però arriva l’elenco delle cose che i due mondi hanno in comune quando sono di alto livello: la tensione, i piani intrecciati, i personaggi, le motivazioni contrastanti, le amicizie, i colpi di scena, i tradimenti.
«Non vedo perché chiudersi nelle nicchie, nei confini, nei recinti di questo o quel tipo di intrattenimento», chiude. «La cosa più bella del mondo è mettere insieme le cose, collegarle e mescolarle».
Che è poi la ragione per cui questa storia finisce su Cipolla e non solo sulle pagine di cinema. Perché Noodles non è appena un podcast di film, è un progetto che prende un pubblico costruito su una passione e lo accompagna, con una traiettoria magica, dentro un’altra, usando lo stesso tono, la stessa cura, la stessa idea di racconto. Insomma una parabola dei sogni, come quelle a cui ha abituato Lamine Yamal.
E se ripenso a quella fila di ragazzi davanti a Pulp Fiction, la lezione mi sembra chiara anche per chi i format li costruisce per lavoro: il pubblico più prezioso non è quello che sa già tutto e aspetta solo di essere confermato. È quello che non sa ancora niente e sta per innamorarsi. Basta non parlargli dall’alto di un piedistallo.
E, se possibile, aspettare la seconda battuta.




