Sanremo, che noia! Quando si sceglie di non rischiare

Al Festival di Sanremo 2026, tra scenografie levigate e cantanti perfetti, la linearità domina lo show. Chi conserva autenticità e personalità riesce a distinguersi, dimostrando che nella musica come nella comunicazione aziendale la memorabilità nasce dalla scelta di non conformarsi.
Era la prima serata del Festival di Sanremo 2026 - che si è concluso recentemente con la vittoria di Sal Da Vinci - e ricordo che alle ore 23 è entrato J-Ax e il mio primo pensiero è stato: “finalmente il pubblico sembra resuscitato”. Me compresa. E allora l’ingresso dell’ex Articolo 31 con Italian Starter Pack è stato come un soffio d’aria fresca. Il brano, dalle sonorità country, ironizza sull’“italianità” in modo dichiaratamente satirico: una parodia che richiama l’America, compreso di cheerleader vestite con il tricolore. È uno dei pochi momenti che spezza la monotonia; eppure, nel contesto del Festival, si inserisce senza troppo scompiglio e le sue critiche non scompongono. Lui, comunque, fa e dice ciò che vuole, e le sue barre arrivano dritte: “qui non si protesta per lo stipendio, solo per la pizza con l’ananas”.
Il festival di quest’anno pare essere stato un’ode alla linearità e alla noia. Ma è così che una narrazione funziona nel lungo periodo? Seguivo alcuni degli artisti in gara prima che raggiungessero la consacrazione mainstream, e oggi osservandoli al Teatro Ariston, perfettamente inseriti nel grande meccanismo dello show, mi accorgo di quanto la loro autenticità sia stata smussata.
Del resto, Sanremo non è solo musica: è una piattaforma di comunicazione a tutti gli effetti, il più grande evento mediatico italiano, una macchina narrativa che non si limita a mostrare artisti, ma costruisce linguaggi ed estetiche. Ogni gesto, ogni look, ogni scelta sono pensati come un messaggio che comunica valori, posizionamento e identità; una fotografia del Paese (o così dovrebbe essere). In questo senso, la musica diventa uno dei veicoli di una strategia comunicativa più ampia, che abbraccia anche temi sociali importanti. Forse è per questo che l’omologazione di quest’anno è così evidente: perché in un contesto così calibrato, la spontaneità fatica a emergere.
La promessa di varietà, il risultato uniforme
Sulla carta, il cast è eterogeneo: outsider, mondi alternativi, rotture rispetto al mainstream. Sul palco, però, le differenze si assottigliano. Ci sono i rapper, ma con i tatuaggi coperti. Ci sono progetti che potrebbero rappresentare una discontinuità, eppure hanno comunque una forte impronta tradizionalista. Molti brani, seppur di qualità, convergono in una zona rassicurante: pop, orchestrazioni prevedibili, crescendo emotivi già sentiti. Una playlist poco distinguibile.
Il caso della rock band Le Bambole di Pezza è emblematico: si presentano con il brano Resta con me, che non è né rock né punk, ma una versione annacquata del proprio potenziale espressivo. Un prodotto ibrido che non disturba, non graffia, non lascia il segno. E quello che ricevono in cambio sono le deludenti domande in conferenza stampa sulla parità e sul fatto di essere una band “al femminile”: interrogativi che, ancora una volta, delegittimano il loro ruolo e riducono la loro professionalità a una categoria di genere.
Discorso simile si può fare per Dargen D’Amico. La sua personalità irriverente emerge non solo nei testi, ma anche negli abiti: un outfit pensato per richiamare la narrazione di Pinocchio, - in cui il legno è simbolo centrale - al Grillo Parlante, scelti per raccontare il rapporto tra persone e macchine (uscirà anche un documentario). Peccato che, nel Teatro Ariston, la sua identità fatichi a emergere: resta presente, ma non spicca, e la sua canzone AI AI - che tratta temi attuali legati alla tecnologia - rimane poco compresa.
Le eccezioni che convincono
Ditonellapiaga con Che fastidio! propone un brano originale, ironico, riconoscibile. Non si appoggia alla formula neomelodica dominante, ma prende posizione, e così sorprende per freschezza e coerenza, raggiungendo il terzo posto del podio. Anche Fulminacci, con la sua Stupida sfortuna, resta fedele al proprio mondo indie. Tramite il suo modo di dire le cose sincero e diretto, senza virtuosismi, ci ricorda che attraversare un festival senza snaturarsi è un atto di ribellione in un contesto dominato dal conformismo.
Sayf emerge come una delle sorprese più autentiche del Festival (e lo dimostra il secondo posto del podio): sa farsi riconoscere con una presenza scenica che trasmette personalità senza artifici. Con Tu mi piaci tanto, propone un brano che coniuga desiderio e disincanto, parlando di come si ama a modo proprio e mettendo a nudo le contraddizioni sociali e politiche del nostro Paese, attraversato da una sottile provocazione: “ho scritto una canzonetta, un fiore su una camionetta”. Urban e pop. È l’esempio di come si possa essere popolari senza perdere autenticità.


Il trionfo del nazionalpopolare
Sappiamo che il Festival di Sanremo è per definizione nazionalpopolare, ma oggi questa cifra sembra una comfort zone permanente: trionfa ciò che è familiare e che evita ogni forma di sperimentazione. Lo dimostra il vincitore Sal Da Vinci con la canzone Per sempre sì, simbolo della più classica italianità e della cultura popolare che già conosciamo e che non dice nulla di nuovo. È come se si preferisse rifugiarsi in un gusto collettivo rassicurante, dove l’emozione è garantita ma la sorpresa manca. Anche l’immagine sembra seguire la stessa logica: curata ed elegante, quasi da copertina, come accade per molte cantanti. Mara Sattei, Arisa, Levante, Serena Brancale sono figure solide ma prevedibili, che difficilmente sorprendono. E quindi, ci si domanda: dov’è una BigMama, un’energia meno angelicata e più vera? Dov’è Elodie, capace di ricordarci che la vita reale ha una personalità?
Molti brani si appiattiscono su dinamiche melodiche simili, su un’idea di italianità musicale che funziona perché non polarizza. Ma ancor più è lo show a essere ordinato e prevedibile. La conduzione di Carlo Conti e Laura Pausini rafforza questa sensazione: televisione istituzionale, rassicurante. Ogni tanto c’è un guizzo di fascino teatrale, come la comparsa di Achille Lauro, che sembra il frutto di una provocazione calcolata e un’immagine curata al dettaglio. Ma non sono più i tempi in cui i suoi abiti aprivano interessanti dibattiti sulla queerness.
È una strategia che punta a massimizzare l’audience, minimizzare il rischio, evitare la presa di posizione. La differenza tra identità e adattamento è netta. Funziona, forse, nel breve periodo. E questo rende l’omologazione ancora più percepibile.
Strategie di comunicazione per brand
Guardando Sanremo 2026 come se fosse un grande brand, emerge una tensione che assomiglia a quella delle aziende: da un lato c’è la necessità di rassicurare, mantenere coerenza e la stessa audience di sempre; dall’altro c’è il desiderio di distinguersi, di far emergere personalità autentiche. Per far incontrare questi due poli, può succedere di non esporsi o di evitare di raccontare, per esempio, errori o sbavature. Gli artisti più iconoclasti rappresentano una rottura controllata: il sistema li ingloba e li rende digeribili. Allo stesso modo, molte aziende incorporano linguaggi innovativi, ma lo fanno in modo che nulla turbi la percezione consolidata del brand. Questo equilibrio tra sicurezza e autenticità è il cuore della narrazione d’impresa: quindi osiamo o rimaniamo nella zona di comfort? Quanto in là possiamo spingerci per rimanere fedeli alla nostra immagine? Non c’è un giusto o sbagliato, ma se tutto è corretto, niente resta impresso; se tutto è uniforme, nulla è memorabile.
Nel caso del Festival, quando tutto è pop, niente è davvero popolare. Sanremo continua a essere centrale in Italia, eppure è sottotono. Guardandolo da vicino, viene spontaneo chiedersi: fino a che punto può reggere una macchina comunicativa e una narrazione che assorbono ogni differenza e che non si raccontano per come sono davvero?
“Quelli come me il Festival non lo vincono”,
ha detto J-Ax in un’intervista durante i giorni del Festival. Sapendo perfettamente che in questo modo lui sarà ricordato e rimarrà sulla scena a lungo. È facile applaudire la perfezione, ma forse quello che resta impresso davvero è ciò che osa avere un carattere proprio. Quindi il punto non è chiedersi perché le canzoni sembrino tutte uguali. La domanda è: chi ha deciso che l’uniformità nel racconto fosse la scelta più sicura?




