Il gesuita che convinse IBM usando lo storytelling aziendale

Come un prete senza un soldo e senza competenze tecniche ottenne dal padrone dei computer un sì lungo trent'anni. E perché, per farsi ascoltare, non serve avere ragione.
New York, 1949. In un ufficio ai piani alti di IBM, l'azienda che sta costruendo le macchine calcolatrici destinate a cambiare il secolo, si presenta un uomo che con i computer non ha niente a che fare. È un gesuita italiano, padre Roberto Busa, nato a Vicenza, poco più che trentenne, senza soldi e senza alcuna competenza tecnica. Ha ottenuto udienza dal padrone di casa, Thomas Watson, il fondatore di IBM. E ha una richiesta che definire ambiziosa è poco.
Busa vuole usare le schede perforate di IBM per fare una cosa che nessuno ha mai tentato: indicizzare, parola per parola, l'intera opera di Tommaso d'Aquino. Undici milioni di parole in latino medievale. Watson lo ascolta e gli dice quello che gli direbbe chiunque. È impossibile.
Busa non ribatte. Fa scivolare sul tavolo una scheda su cui è stampato un motto. È lo slogan che IBM usa nella sua stessa pubblicità: “Il difficile lo facciamo subito, l'impossibile richiede un po' più di tempo”. Watson lo legge. E accetta. A una sola condizione, posta per gioco: che il gesuita non vada in giro a raccontare che IBM, da quel giorno, sta per International Busa Machines.
Vale la pena fermarsi su quanto quella richiesta fosse folle. Nel 1949 i calcolatori servivano a fare di conto. Numeri, non parole. L'idea di usarli per setacciare il latino di un teologo medievale non stava scritta in nessun piano industriale. Busa chiedeva a IBM di uscire da ciò che sapeva fare per inseguire una visione che per il momento apparteneva solo a lui.
In quella stanza è appena successa una cosa che vale più di molti manuali di comunicazione. Busa non ha vinto con un argomento. Non ha spiegato a Watson perché avrebbe dovuto aiutarlo e non ha promesso ritorni. Ha fatto una mossa diversa. Ha preso la storia che IBM raccontava di sé, quella dell'azienda per cui niente è impossibile, e ci ha infilato dentro il suo progetto. A Watson, a quel punto, dire di no significava smentire se stesso.
Il progetto si chiamava Index Thomisticus e andò avanti una trentina d'anni. Per riuscirci Busa dovette risolvere un problema che oggi affidiamo all’AI: insegnare a una macchina a spezzare un testo in parole e a ricondurre ogni parola alla sua forma base, registrando dove compare e in quale contesto. In due termini, trattamento automatico del linguaggio. È la radice di cose che usiamo tutti i giorni senza farci caso: i motori di ricerca, gli indici, e in fondo anche quei modelli linguistici che oggi chiamiamo intelligenza artificiale, i quali non capiscono le parole ma imparano a metterle in relazione. Per questo l'Università Cattolica di Milano, che ne conserva le carte nel Fondo Busa, ha dedicato al gesuita un documentario dal titolo che dice tutto: “Busa, il gesuita che vide l'AI”. Negli anni Quaranta, quando i computer erano calcolatrici buone per i numeri, un prete aveva intuito che un giorno avrebbero potuto leggere. Oggi che milioni di persone parlano con una macchina capace di rispondere in un linguaggio che sembra umano, quella sua intuizione somiglia meno a un capitolo di storia della tecnica e più a una profezia.

Busa non lavorò nel vuoto, e qui la storia si sposta da New York alla Lombardia. Mise in piedi un vero laboratorio a Gallarate, il Centro per l'Automazione dell'Analisi Linguistica, dentro il collegio gesuita dell'Aloysianum. Lì formò decine di persone, molte giovani donne, al lavoro paziente di preparare i testi e perforare le schede che davano in pasto alle macchine. A inaugurare quel centro, nel 1956, fu l'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini. Lo stesso che, diventato papa Paolo VI, nel 1964 avrebbe ricevuto Busa e la sua squadra in udienza in Vaticano, facendosi raccontare come un calcolatore stava imparando a leggere San Tommaso.
La storia di Busa, però, non parla di tecnologia. Parla di come si convince qualcuno. E ribalta un'idea che ci portiamo dietro quasi tutti: che per farsi dire di sì basti avere ragione. Non basta. Capita di parlarne spesso anche nei lavori che facciamo in Bea con i clienti. Convincere non è dimostrare che la ragione sta dalla tua parte. È far entrare l'altro in una storia in cui si riconosce, in cui è già il protagonista che vorrebbe essere. Vale fuori e vale dentro le aziende, ed è dentro che conta di più. In un'organizzazione il diritto di essere ascoltati non coincide quasi mai con l'organigramma. Chi fa muovere le cose non è sempre chi ha il grado più alto. È chi sa parlare da dentro la cultura dell'azienda, da dentro il racconto che quell'azienda fa di sé, invece di combatterlo da fuori a colpi di buone ragioni.
E qui può tornare utile l’esperienza di Barack Obama. Cosa c'entra Obama con un gesuita di Gallarate? È lo spirito di questo Soffritto mettere insieme ingredienti che sembrano lontani tra loro, per ricavarne un buon condimento.
Marzo 2008, la corsa di Barack Obama alla Casa Bianca sta per deragliare. Sono spuntati i video dei sermoni del suo pastore di Chicago, il reverendo Jeremiah Wright, che dal pulpito arriva a gridare “God damn America”. Girano in loop su ogni canale. I consiglieri hanno la ricetta pronta: prendi le distanze e volta pagina. Obama fa il contrario. Il 18 marzo sale su un palco a Filadelfia, davanti al museo della Costituzione americana, e per trentasette minuti parla di razza in America. Un discorso che si è scritto in buona parte da solo. Non rinnega Wright, anzi dice che non può ripudiarlo come non potrebbe ripudiare la comunità nera da cui proviene. Però non resta impigliato nel caso Wright. Ci costruisce sopra qualcosa di più ampio, agganciandolo alla promessa incompiuta su cui gli Stati Uniti sono nati. Il titolo del discorso, “A More Perfect Union”, è preso di peso dal preambolo della Costituzione. In poche ore il video supera il milione di visualizzazioni, una cifra enorme per l'epoca, e la candidatura è salva. Di nuovo la mossa di Busa, su tutt'altra scala. Non vinci dando torto a chi ti ascolta. Lo porti dentro una storia che sente già sua.
Torniamo a quella scrivania del 1949, alla scheda che scivola sul tavolo con sopra il motto di IBM. Quello che da lì è cominciato, e che oggi chiamiamo intelligenza artificiale, nacque da un prete che voleva una cosa sola: leggere meglio le parole di un santo medievale. La prima macchina a cui qualcuno insegnò a maneggiare il linguaggio umano fu messa in moto da una domanda di senso, non di efficienza. Vale la pena ricordarlo adesso, che quelle macchine le abbiamo in tasca e quasi mai ci fermiamo a chiederci per rispondere a quale domanda le stiamo usando.

Co-fondatore ed Editor in Chief di Bea Media Company, è un giornalista, scrittore e comunicatore d’impresa con quarant’anni di esperienza internazionale. Prima di dar vita a Bea, è stato EVP Communications Director in Eni. Ha lavorato come giornalista all’ANSA e La Stampa, con base in Italia e negli Stati Uniti. Scrive di America su Il Foglio e la racconta nel podcast Altre/Storie Americane di Chora Media. Ha pubblicato libri dedicati agli Usa, alle storie d’impresa, al giornalismo e curato biografie. È professore al Master di Giornalismo all’Università Cattolica di Milano e di Brand and Corporate Narratives all’Università IULM.

